Il disastro economico italiano - di Marco Angelotti

Pubblicato il da borsaforextradingfinanza

http://www.rinascita.eu/mktumb640a.php?image=1374589671.jpgL’Italia si sta avviando allegramente verso un disastro economico che non soltanto lascerà macerie dietro di sé ma che impedirà una qualsiasi ricostruzione. La situazione dei conti pubblici, tra debito e disavanzo, è quella conosciuta. Una situazione alla quale i governi che si sono succeduti negli ultimi anni hanno cercato di rimediare aumentando le tasse, in particolare quelle sulle case. Una misura scontata perché le case sono lì ferme e visibili e non possono scappare. Ora, dopo essersi accorti che l’Imu sulla prima casa era una autentica puttanata perché milioni di cittadini privi di lavoro e rimasti senza risparmi non hanno nemmeno i soldi per risparmiare, il governo e i partiti che lo sostengono, dopo averla congelata, anticipano che potrebbe essere reintrodotta ma soltanto per quelle superiori a 150 metri quadrati. In alternativa, ma siamo sempre al condizionale, si potrebbe rivedere l’intero sistema di tassazione della casa, con una unica imposta che meta insieme la tassa vera e propria e quella da pagare al Comune per lo smaltimento dei rifiuti. Una cosa comunque è certa. Invece di andare a tagliare la spesa pubblica improduttiva, il governo non sa fare altro che intervenire dal punto di vista delle entrate. Una altra stangata è poi in arrivo a settembre, quando i mancati introiti del congelamento dell’aumento dell’Iva e dell’Imu faranno drizzare le antenne all’Unione Europea che ci inviterà a rimediare. La misura ad hoc, nonostante le smentite fatte dai vari Saccomanni e Letta è già bella e pronta. Un prelievo forzoso dell’8 per mille sui conti correnti bancari (e postali) per tappare i buchi di bilancio e tenere il disavanzo sotto il 3% rispetto al Prodotto Interno Lordo che è alla base del Patto europeo di stabilità. Una misura analoga allo scippo del 6 per mille operato da Giuliano Amato nell’autunno del 1992 e giustificato con le stesse motivazioni di oggi. Insomma, di fronte allo sfascio dei conti pubblici che nessuno è in grado di fermare, la politica non sa fare altro che scaricarne il peso sui cittadini che già hanno dovuto subire sulla propria vita quotidiana le pesantissime conseguenze di una recessione della quale non si riesce ad intravedere la fine.

In parallelo con il crollo dei conti pubblici, si sta accentuando il collasso del sistema industriale e commerciale nazionale. Migliaia e migliaia di piccole imprese, in particolare quelle rivolte al mercato interno, hanno dovuto chiudere l’attività non potendo più contrastare una concorrenza basata su prezzi bassi anzi bassissimi. Migliaia di piccoli negozi messi in crisi dal boom della grande distribuzione. E migliaia di piccoli artigiani, molti tessili, che non sono più riusciti a piazzare i propri prodotti, spinti fuori mercato da prodotti fatti in Cina che possono avvalersi di materia prima a volontà e di un costo del lavoro otto-dieci volte più basso di quello italiano. E quello che è più grave che ormai la quasi totalità della grande distribuzione in Italia è in mano a gruppi esteri, come i francesi Auchan e Carrefour, che hanno messo le mani su marchi italiani come Rinascente e GS.

Ma è la situazione della grande industria italiana a preoccupare. La Fiat da un decennio ha impostato una strategia di lunga durata per lasciare il nostro Paese ed andare a produrre auto laddove il costo del lavoro è molto più basso che in Italia. Tra Brasile, Argentina, Serbia e Polonia gli stabilimenti del Lingotto rappresentano il centro pulsante delle attività di Fiat Auto. Ed hanno progressivamente preso il posto degli stabilimenti italiani nei quali si registra ormai un’aria di rassegnata smobilitazione. La fusione societaria e industriale con la Chrysler, che entro l’anno porterà alla nascita di un gruppo globale dell’auto con stabilimenti in tutto il mondo, è l’approdo naturale della volontà degli Agnelli di lasciare l’auto in Italia e di cedere progressivamente ad altri soci il controllo del nuovo gruppo. Produrre auto è un compito troppo gravoso per gli Agnelli di quinta generazione. Meglio quindi dedicarsi ad altre attività nelle quali il proprio impegno finanziario venga ridotto al minimo. In Italia, dovrebbero essere salvati soltanto le fabbriche di Atessa, dove si producono veicoli commerciali e quella di Termoli che produce motori che serviranno a ttte le auto del nuovo gruppo. E quelle della Ferrari e della Maserati che, crisi o non crisi, vedranno sempre affezionati clienti che non avranno problemi a mettere mano al portafoglio. Per le altre fabbriche, tutte costruite con contributi pubblici, arrivederci e grazie. Marchionne ed Elkann non hanno gradito la fine degli aiuti pubblici, cosa che invece non è mancata in America per la Chrysler da parte di Barack Obama. Cosa che è servita al gruppo di Detroit per ristrutturarsi, lanciare nuovi modelli e tornare in utile. Nuovi modelli che in Italia invece non si sono visti, nonostante le promesse fatte dalla Fiat che soltanto la Fiom-Cgil aveva compreso essere un cumulo di menzogne. Niente investimenti, niente nuovi modelli, ma le balle del Lingotto sono state ingoiate dai sindacati collaborazionisti, ai quali non pareva vero di poter sfruttare l’occasione di spingere nell’angolo ed isolare la Fiom e rifarsi di decenni di sudditanza numerica e politica.

Ma nonostante tale approdo, giustificato da Marchionne con la crisi del mercato dell’auto, fosse perfettamente chiaro a qualunque attento osservatore, i sindacati collaborazionisti del settore metalmeccanico hanno accettato la militarizzazione delle fabbriche Fiat in nome dei principi del mercato globale, in primo luogo quello della concorrenza che dice: “lavorate come schiavi e prendete tutti salari da fame, così, forse, l’economia riprenderà quota”. Una scelta incredibile quella dei sindacati che la dice lunga sull’esaurirsi del loro ruolo storico di difensori dei lavoratori e di complici di fatto del mostruoso meccanismo economico che si è messo in moto e che sta comportando il trasferimento di ricchezza reale dai cittadini e dai lavoratori nelle tasche di un capitalismo globale sempre più feroce e vorace.

Se il mercato dell’auto è quello che è, pur rappresentando il settore più visibile della nostra industria. Il resto del sistema industriale se la passa piuttosto male. Quindici anni fa le tre aziende di telefonia italiane erano tutte in mano di imprenditori nazionali. Oggi il settore è in interamente in mano ad operatori stranieri con tutte le conseguenze che questo comporta in termini di utilizzazione delle innovazioni tecnologiche che vi si potrebbero sviluppare a favore dell’intero sistema industriale. Un passaggio di proprietà che si è verificato, anche in questo caso, con la connivenza e con il silenzio complice della politica, preoccupata soltanto di difendere le proprie rendite di posizione e di mostrarsi liberale e liberista, come si conviene a tutti i servi sciocchi del capitalismo. Ultimo caso, ma il più eclatante è quello della siderurgia, un tempo un fiore all’occhiello del nostro sistema industriale. L’impianto dell’Ilva di Taranto, l’ex IV centro siderurgico del gruppo pubblico Italsider, si sta avviando sconsolatamente verso la chiusura, dopo che, dopo un quindicennio, le autorità competenti si sono rese conte che inquinava, come peraltro fanno tutte le industrie del settore, e che di conseguenza rappresentava un serio pericolo per la salute dei dipendenti e dei cittadini. Al di là di una situazione della cui gravità non si può non tenere conto, resta la realtà di una fabbrica che rifornisce di acciai speciali tutte le principali aziende industriali italiane. Senza l’Ilva, tutte queste sarebbero obbligate a rivolgersi all’estero, con tutte le conseguenze in termini di efficienza, e di costi e tempi delle consegne, e di minore concorrenzialità dell’apparato industriale italiano. La sensazione palpabile, accentuata dall’assenza colpevole della politica italiana, è che il destino dell’Ilva sia già segnato e che la chiusura definitiva dell’impianto tarantino, ne sarà l’inevitabile approdo. Una chiusura che si inquadra nel progetto di progressiva deindustrializzazione che i potenti della Terra (Bilderberg ed altri) avrebbero deciso per l’Italia, con la trasformazione del nostro Paese in un semplice mercato di sbocco per le merci e per i prodotti di altri Paesi. Pochi giorni fa, il ministro dell’Economia ha annunciato che è allo studio la vendita o la svendita delle quote azionarie pubbliche di aziende strategiche come Eni, Enel e Finmeccanica. Quelle che ancora ci permettono di avere una parvenza politica estera indipendente ed autonoma dalle strategia “atlantiche”.

Sono infatti gli “atlantici” a spingere da decenni perché l’Italia venda le sue aziende strategiche e la smetta di nutrire velleità mediterranee e rivolte vero i Paesi del Vicino Oriente. Quello che è preoccupante è che la maggioranza dei politici non cerca minimamente di ostacolare tale deriva perché semplicemente ne ignora tutte le implicazioni e perché è impegnata a rintuzzare il vento della anti-politica che cresce dai cittadini di pari passo con la crisi economica. Una anti-politica che semplicemente sta sbagliando bersaglio perché i politici, pur colpevoli di tante cose, hanno responsabilità minime di fronte ai crimini di un’Alta Finanza che rappresenta il vero nemico dei popoli e che proprio per questo sta alimentando questo livore anti-casta per distogliere l’attenzione da se stessa. - See more at: http://www.rinascita.eu/index.php?action=news&id=22136#sthash.7SmsOjZq.dpuf

Commenta il post