" "l’Italia non è affatto uscita dalla crisi, l’Italia non sta affatto meglio" Di Massimo Giannini
Editorialista del quotidiano la Repubblica, di cui dirige anche il supplemento economico "Affari e Finanza"
Come stazioni della nostra via crucis quotidiana, gli indicatori economici degli organismi e delle istituzioni nazionali e internazionali ci ricordano ogni giorno quello che già sappiamo e viviamo sulla nostra pelle. L’Italia è un Paese fermo, che declina nella palude di una recessione latente.
Gli ultimi dati sono dell’Ocse, che nel suo superindice previsionale segnala una generale “perdita di slancio della crescita”, e in particolare fotografa per l’Italia “evidenti segnali di rallentamento”. La stessa tendenza segnalata in questi ultimi giorni dalla Confindustria, dalla Ue, dalla Banca d’Italia. “Tornare alla crescita”, è stato il grido d’allarme e di dolore lanciato da Mario Draghi nelle sue Considerazioni finali del 31 maggio.
Dall’avvio della ripresa nell’estate di due anni fa – ci ricorda il governatore – l’economia italiana ha recuperato soltanto 2 dei 7 punti percentuali di prodotto interno lordo persi nella crisi. La produzione arranca. La produttività ristagna. La competitività ripiega. Le imprese soffrono, per difendere le ragioni di scambio su un export sempre più esposto alla concorrenza globale. Le famiglie stentano, per tutelare non più un livello dei consumi ormai già ampiamente ridotto, ma una propensione al risparmio ormai già parzialmente intaccata.
Questa è la realtà dei fatti, a dispetto della propaganda governativa che continua a descrivere un Belpaese che non c’è, e a mentire su “un’Italia che è uscita meglio degli altri dalla crisi”. Due bugie in una sola frase: l’Italia non è affatto “uscita” dalla crisi, l’Italia non sta affatto “meglio” degli altri. Ma proprio in questo inspiegabile e irresponsabile deficit di analisi, che accomuna almeno in parte Berlusconi e Tremonti, sta il cuore del problema italiano. Finché chi governa non ammette il gap strutturale che ci fa diversi e peggiori delle altre grandi democrazie occidentali, è impossibile avviare un’exit strategy per uscire fuori dalla palude. Ed è impensabile prendere in mano con coraggio l’agenda delle otto riforme che lo stesso Draghi, prima di traslocare a Francoforte come presidente della Bce, ha consegnato all’establishment di un Paese sempre più disilluso e scoraggiato.
Come sostiene Robert Reich nel suo “Aftershock” (appena uscito da Fazi Editore) la Grande Recessione mondiale è tecnicamente finita. Ma le sue scosse di assestamento sono appena cominciate. E le fondamenta del sistema economico e sociale sono profondamente incrinate. La crisi ha aperto un abisso nelle condizioni materiali di vita dei ricchi e dei poveri. E l’Italia, scrive l’ex ministro del Lavoro dell’era Clinton, “è uno dei Paesi con il maggior livello di disuguaglianza dei redditi” in tutto l’Occidente.
Al vertice della piramide sociale prospera una rendita spaventosa, dove l’1% della popolazione detiene il 70/80% del reddito. La novità è che in mezzo e alla base della piramide, ormai, c’è davvero di tutto: non più il lumpenproletariato moderno dei precari e dei giovani “neet” che non studiano e non lavorano, ma anche piccoli imprenditori falliti e professionisti ai margini della categoria, operai del privato e dipendenti del pubblico.
Riscrivere il patto sociale, per rilanciare le imprese e salvare questo nuovo “ceto medio”, sembra l’unica via per uscire da questa strisciante e asfissiante recessione all’italiana. ( Fonte: http://it.notizie.yahoo.com)