" "Una bolla bancaria e immobiliare cinese avrebbe effetti devastanti" di Oscar Giannino
Economista, giornalista e conduttore di Radio24
No, personalmente non credo affatto a una depressione generale nel 2011. La crescita mondiale resta abbondantemente sopra il 4% annuo, grazie a una quindicina di Paesi emergenti, Cina alla testa, che nel prossimo decennio hanno ottime prospettive di continuare guadagni di prodotto procapite eguali o superiori al 5% annuo. In questa prospettiva, un blocco e una successiva discesa vorticosa del motore della crescita, cioè il commercio mondiale – che tra fine settembre 2008 e maggio 2009 era sceso disastrosamente a volumi e valori nell’ordine del 60% addirittura inferiori al pre-Lehman – appare del tutto inipotizzabile.>
Ciò non significa che non vi siano molti falò di crisi pervicacemente accesi. Come testimoniato dai corsi azionari 2011, che da inizio anno hanno quasi dovunque il segno meno o zero nel mondo che “conta”, tranne pochissime eccezioni come la Polonia. I fuochi sotto la cenere riguardano in prima battuta il mondo avanzato, mentre per gli emergenti il rischio è diverso. Negli Stati Uniti il problema numero uno per la tenuta del ritmo di crescita non è l’occupazione, anche se ovviamente su di essa si focalizzano tutti coloro che per una ragione o per l’altra “presentano il conto” all’attuale amministrazione Obama, che nei sondaggi resta disastrosamente bassa quanto a giudizio popolare di fronte alla crisi. I segnali più preoccupanti sono di altro tipo, e riguardano l’immobiliare da una parte e la politica monetaria dall’altra. Gli andamenti dei fallimenti individuali da eccessiva esposizione ai mutui continuano a essere troppo elevati rispetto al previsto, perché i prezzi del mattone non accennano a riprendersi in maniera significativa, dopo cali a doppia cifra pluriennali nella stragrande maggioranza degli Stati più colpiti dalla bolla. >
Circa seicento banche minori – alle quali non si è applicato il protocollo dei salvataggi Too Big To Fail – ne hanno fatto le spese sinora, ed è un bilancio disastroso. In più, la politica monetaria della FED resta orientata a orientamenti iperlassisti – si tratta da anni della banca centrale più proclive all’abbandono di ogni indipendenza rispetto alla politica, e questo è male – ma la velocità di trasmissione della moneta e aggregati come M3 non rivelano affatto segni di tendenziale fiducia i una crescita sostenuta, che negli Usa significa tra il 3 e il 4% e non intorno al 2% come nella vecchia Europa. Le ristrutturazioni e la maggior produttività in molti settori della manifattura e dei servizi sono stati intensi, con rapida espulsione di manodopera, ma la ripresa della domanda interna – che negli Usa sostiene i due terzi dell’output potenziale – continua a dover fare i conti con la necessità di lungo periodo di riallineare un eccesso di debiti privati innalzando la propensione al risparmio, e con l’enorme risparmio negativo posto in essere dal debito pubblico federale in eccessiva espansione.>
In Europa, la tensione è in realtà fortissima. A 18 mesi ormai dall’esplosione della crisi dell’eurodebito, il default greco è sempre dietro l’angolo. La recessione in nome del rigore a cui la Germania ha spinto gli euromembri più deboli non ha risolto l’eccessiva esposizione ai loro titoli pubblici del sistema bancario, in primis di quello franco-tedesco, e ha rinviato scelte come la ristrutturazione parziale del debito affiancata dall’emisisone di eurobonds che sarebbe stata preferibile piuttosto che spingere milioni di europei all’avversione verso l’euro, Francoforte e Bruxelles, con governi saltati in serie ed estendersi di fenomeni di populismo nazionalista e sciovinista. La stessa Germania, al di là della sua forte crescita, del rigore nella finanza pubblica e dei suoi guadagni di produttività e sui mercati asiatici, resta con un sistema bancario la cui parte pubblica delle Landesbanken non ha risolto la pessima qualità dei suoi attivi patrimoniali. >
Nella parte debole dell’Europa noi compresi, al contrario, il rafforzamento patrimoniale del sistema bancario dovuto a Basilea3 induce a ulteriori restrizioni di credito, che complicano la vita quando i tassi di crescita sono negativi o inferiori all’unità come nel caso italiano. L’Europa dunque vede accentuarsi le sue divergenze interne, tra la parte germanica e baltica che impone al resto del continente criteri e scelte che ne accentuano i divari. La convenzione tedesca è di rinviare il problema al 2013, cioè dopo le prossime elezioni. L’interesse europeo e della tenuta dell’euro era l’esatto opposto.>
Il problema americano e quello europeo sono però rallentamenti generali del percorso di uscita dalla crisi, non il segno di una crisi globale. Ad essa si può tornare solo nel caso in cui la Cina vada incontro a forti surriscaldamenti del suo sistema del credito a sostegno dei consumi, sin qui fronteggiato da una politica monetaria rigorosa e molto attenta a evitare crisi bancarie senza per questo rinunciare a spingere il sistema verso criteri meno opachi e più rigorosi. Una crisi da bolla bancaria e immobiliare cinese avrebbe effetti devastanti globali, ed è bene augurarsi che alla banca centrale cinese sappiano bene fare il loro mestiere. ( Fonte: http://it.notizie.yahoo.com)