" Scenari di crisi al summit di Davos" di Loretta Napoleoni
È gennaio e ci si prepara per il vertice di Davos. Lunedì scorso al Financial Times si è tenuta la consueta conferenza pre-Davos per discutere i possibili scenari economici del 2012. Guy Elliott, direttore finanziario di Rio Tinto, si è detto convinto che la crescita cinese non scenderà al di sotto del 7 per cento, ancora una volta l'economia del drago sosterrà quella mondiale. Certo sarebbe meglio se il grande capitale monetario, ahimè ancora parcheggiato in attesa di tempi migliori, iniziasse ad investire nell'estrazione di metalli e minerali. Il pianeta ne ha abbastanza per industrializzare e modernizzare le nazioni emergenti, il problema è portarli alla superficie per tempo.
L'esempio degli americani al riguardo è illuminante. Da alcuni anni le società petrolifere hanno infatti investito nel fracking, una tecnica per fratturare le formazioni rocciose situate a grandi profondità e liberare il petrolio ed il gas naturale intrappolato al loro interno. I costi sono alti, ma da quando il petrolio ha superato quota 60 dollari al barile, il fracking è diventata un'attività molto redditizia. Grazie a questa tecnica, in un paio d'anni, gli Usa hanno ridotto drasticamente la dipendenza dal petrolio e dal gas naturale importato, al punto che nel 2013 potrebbero tornare ad essere un esportatore netto di idrocarburi.
L'ambasciatore americano Louis Susman ha concordato sul fatto che l'economia Usa si sta timidamente riprendendo, anche grazie alla rinascita dell'industria petrolifera, fattore importante in un anno elettorale. Se la disoccupazione continua a scendere e la crescita riparte, allora Obama potrà spuntarla alla Casa Bianca. Martin Wolf, editorialista del Financial Times, ha aspramente criticato il comportamento dei leader europei sulla crisi del credito, ma ha dovuto convenire che salvare l'euro è imperativo. Sebbene questa costruzione monetaria non abbia senso così come è stata concepita, la sua dissoluzione sarebbe una catastrofe per l'economia mondiale. Il motivo è semplice: il 50 per cento del sistema bancario mondiale ha sede in Europa, le banche europee sono "de facto" i banchieri del mondo. Tutti hanno ammesso che le variabili impossibili da prevedere sono il default dell'Italia e l'avvento di una seconda primavera araba nel Golfo Persico, con conseguente interruzione delle esportazioni petrolifere. Se solo uno di questi fattori si verificasse nel 2012 l'economia mondiale precipiterebbe nella depressione. ( Fonte: www.caffe.ch)