" Prestiti della BCE e Deposit Facility" di Angelo Baglioni
Il grafico mostra lo stock di depositi detenuti dalle banche della zona euro sulla deposit facility (deposito marginale) presso la Bce. In pratica, si tratta di depositi (con scadenza overnight, cioè da un giorno a quello successivo) che le banche fanno presso la banca centrale. Sono remunerati ad un tasso d’interesse inferiore a quello di mercato e al tasso sulle operazioni di politica monetaria, cioè quello al quale le banche prendono soldi a prestito dalla banca centrale. Attualmente la deposit facility è remunerata allo 0,25 per cento, contro un tasso di policy dell’1 per cento. Per questa ragione, normalmente le banche utilizzano assai poco questa forma di deposito. Come si vede dal grafico, questo è ciò che è successo fino al settembre del 2008. Da allora, cioè dal fallimento di Lehman Brothers, le cose sono cambiate: seppure con alti e bassi, le banche utilizzano in modo consistente la deposit facility, nonostante la penalizzazione in termini di tasso d’interesse. La ragione di questa anomalia è che, in una situazione di forte tensione sui mercati finanziari, le banche vogliono avere una riserva di liquidità (soldi prontamente utilizzabili) per fare fronte a necessità improvvise, dovute ad esempio alla difficoltà di accedere al mercato monetario o ad un massiccio ritiro di depositi (da parte della clientela o di altre banche).
In questo contesto si è inserita l’operazione straordinaria di finanziamento a tre anni per 489 miliardi, effettuata dalla Bce il 22 dicembre scorso. Forse qualcuno sperava che questa operazione avrebbe contribuito a stabilizzare il mercato dei titoli di stato dei paesi ad alto debito, tra cui il nostro: in linea di principio, le banche possono comprare titoli di stato ben remunerati e presentarli come garanzia alla Bce per ottenere un prestito all’1%, con il quale finanziare lo stesso acquisto di titoli. Di fronte alle resistenze della Bce a rafforzare il suo programma di acquisto di titoli di stato dei paesi “periferici”, questa sorta di “monetizzazione indiretta” potrebbe sembrare una soluzione: la Bce presta i soldi alle banche perché queste comprino il debito pubblico dei paesi penalizzati da alti tassi di interesse. Del resto, non sarebbe la prima volta che la Bce ricorre a questo escamotage: era già successo nel 2009 (come abbiamo documentato a suo tempo). Qualcun altro potrebbe nutrire la speranza che l’eccezionale finanziamento concesso dalla banca centrale si traduca in una maggiore disponibilità di prestiti bancari alle imprese, più che mai necessari in una fase di crisi.
Per ora, sembra che quelle speranze siano destinate ad essere, almeno in parte, deluse. Come si vede dal grafico, l’operazione straordinaria del dicembre scorso ha determinato il raddoppio delle consistenze detenute sulla deposit facility: da 250 a quasi 500 miliardi. Una analisi dettagliata di come sono stati utilizzati i fondi prestati dalla Bce è prematura. Per ora, possiamo solo dire che il balzo della deposit facility ha portato lo stock depositato ad una cifra (490 miliardi) equivalente a quella prestata dalla Bce al sistema bancario nella operazione di finanziamento pre-natalizia. Insomma, l’arma della “monetizzazione indiretta” del debito pubblico sembra essere un po’ spuntata. Si osservi che anche nel luglio del 2009 quasi la metà dei fondi prestati (440 miliardi) con il finanziamento straordinario a un anno della Bce furono depositati presso la Bce stessa, per essere poi (parzialmente) “smaltiti” nei sei mesi successivi.
Del resto, il comportamento delle banche è facilmente spiegabile. Utilizzare i soldi ricevuti dalla Bce per comprare titoli di stato di paesi ad alto debito può essere redditizio, ma espone le banche ad un rischio elevato. Molte banche (non solo italiane) hanno un portafoglio titoli già molto concentrato sul debito pubblico nazionale. Questo genera difficoltà nell’accedere ai mercati finanziari internazionali. Una ulteriore concentrazione del rischio finirebbe per rendere le banche ancora più fragili, rendendo ancora più difficile l’accesso al mercato e rendendole ancora più dipendenti dal finanziamento della Bce, in un circolo vizioso. Alcune grandi banche potrebbero essere costrette a mettere a bilancio le perdite potenziali sul portafoglio titoli, in seguito all’accordo di fine ottobre raggiunto dai governi europei (e propiziato dalla Eba), che costringe quelle banche e valutare i titoli di stato ai prezzi di mercato e, sulla base di queste valutazioni, impone aumenti dei requisiti patrimoniali (si veda l’articolo di Umberto Cherubini).
In conclusione, la Bce risponde alle pressioni per un maggiore attivismo sul mercato dei titoli di stato finanziando le banche, nella speranza che queste “facciano il lavoro per lei”. Si tratta di una strategia discutibile. Delle due l’una: se le banche si limitano a depositare i soldi ricevuti presso la Bce stessa, quella strategia non funziona; se invece funziona, finisce per scaricare il rischio del debito sovrano sul sistema bancario, con potenziali ripercussioni negative su tutta l’economia. ( Fonte: www.lavoce.info)