" Minsky e l'instabilità del capitalismo" di Gianpiero Magnani
Hyman Philip Minsky (1919-1996), nel libro Keynes e l’instabilità del capitalismo, ha elaborato una originale rilettura della teoria economica di John Maynard Keynes e della sua opera più importante, quella Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta che lo ha qualificato tra i più grandi pensatori del XX secolo. Una rilettura, quella di Minsky, che risale agli anni Settanta del secolo scorso (il libro fu pubblicato la prima volta nel 1975), ma che appare oggi quanto mai attuale.
Hyman Philip Minsky (1919-1996), nel libro Keynes e l’instabilità del capitalismo, ha elaborato una originale rilettura della teoria economica di John Maynard Keynes e della sua opera più importante, quella Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta che lo ha qualificato tra i più grandi pensatori del XX secolo. Una rilettura, quella di Minsky, che risale agli anni Settanta del secolo scorso (il libro fu pubblicato la prima volta nel 1975), ma che appare oggi quanto mai attuale.
Keynes, osserva Minsky, considerò le situazioni di crisi non come eventi straordinari, eccezionali, ma come caratteristiche intrinseche al sistema capitalistico, la cui economia è soggetta ad un andamento essenzialmente ciclico: “nel succedersi dei cicli, ciascuno stadio è transitorio nel senso che il sistema mette in funzione meccanismi che alterano il successivo comportamento dell’economia”.
A modificare lo stato di equilibrio possono essere variazioni demografiche, innovazioni tecnologiche, cambiamenti politici ed istituzionali; ma la moneta non è mai un elemento neutrale: anzi, “le variabili reali dipendono in modo essenziale dalla variabili monetarie e finanziarie”. Minsky elenca alcuni stati fondamentali nei quali può trovarsi via via l’economia capitalistica: boom, crisi, deflazione creditizia, stagnazione, espansione, ripresa. Nessuno stato del ciclo ha una durata illimitata, appena ci si approssima alla stabilità, si mettono in azione processi destabilizzanti. Mentre la teoria economica tradizionale ragionava in termini di baratto, e pertanto considerava le crisi come eventi eccezionali, talvolta inspiegabili, Keynes si è invece reso conto del ruolo fondamentale che nel sistema capitalistico avanzato svolgono gli intermediari finanziari; la stessa proprietà privata dei mezzi di produzione è mediata dai mercati finanziari: “l’economia capitalistica presa in esame da Keynes è un sistema dove il settore privato dispone di portafogli finanziari, dove attività capitali e titoli finanziari speculativi sono, per certi aspetti essenziali, pressoché equivalenti, dove le banche (definite genericamente come istituzioni specializzate in operazioni finanziarie) svolgono un ruolo importante”.
E’, in particolare, il comportamento del settore finanziario a determinare i diversi stati sistemici: “è il sistema finanziario a regolare, in senso espansivo o restrittivo, l’andamento degli investimenti. La morale del messaggio keynesiano è che il sistema finanziario governa l’andamento dell’intera economia”.
La quale risente perciò in modo profondo della solidità piuttosto che della fragilità del sistema finanziario stesso; gli interventi di politica economica sono finora serviti a modificare ma non ad eliminare il ciclo economico, e la situazione futura per Minsky è da considerarsi tutt’altro che positiva: “ci troviamo di fronte a un sistema intrinsecamente instabile, la cui instabilità è ‘al rialzo’ “.
La considerevole vicinanza temporale fra la Grande Depressione e lo scoppio della seconda guerra mondiale, determinò nel successivo dopoguerra uno dei più lunghi periodi di stabilità economica che si ricordi; ma, osserva Minsky, nella storia dell’economia americana, da George Washington a Franklin Delano Roosevelt, ”è impossibile trovare un arco di tempo trentennale durante il quale non si siano verificate gravi crisi economiche e pericolosi tracolli finanziari”.
La sua teoria ciclica dei boom e delle crisi servirà a Kindleberger come premessa su cui costruire una memorabile Storia delle crisi finanziarie; e la convinzione che in una fase di stabilità, specie se perdurante nel tempo, le crisi debbano essere considerate solo come anomalie del passato che non possono riguardare il presente, la ritroviamo anche alla base dell’analisi recente di Rogoff nel libro "Questa volta è diverso", in particolare per quella che egli chiama la Seconda grande contrazione, cioè la lunga fase di crisi economica che stiamo ancora vivendo, con alterne vicende dalla fine del 2007 ad oggi.
La caratteristica fondamentale dell’economia capitalistica avanzata è dunque l’esistenza dei mercati finanziari, un sistema “in cui vi sia una City o una Wall Street, in cui il possesso di attività finanziarie e le transazioni correnti vengono finanziate dai prestiti”.
Non può dunque esistere, secondo Minsky, un mondo senza Wall Street, per dirla con Francois Morin, almeno non un mondo di tipo capitalistico.
Un aspetto fondamentale di questo sistema economico è infatti la speculazione: “speculare sul valore dell’apparato produttivo è una caratteristica esclusiva del sistema capitalistico”.
In tale sistema, la caratteristica peculiare degli operatori economici è infatti quella di possedere portafogli-titoli che consentono di acquisire il controllo o la proprietà di beni capitali, in un contesto di incertezza che non può non rendere speculativo l’intero sistema; la speculazione, osserva Minsky, riguarda infatti tutti gli operatori economici: le imprese e le famiglie speculano sul modo di acquistare attività attraverso prestiti, le banche speculano sulla composizione sia del loro attivo che del loro passivo.
La natura speculativa di queste ultime, in particolare, deriva dalle loro stesse modalità di finanziamento e di impiego, “dal fatto che le banche fanno prestiti a lunga scadenza e ricevono crediti a breve”.
Il paradigma finanziario-speculativo su cui si basa l’analisi di Keynes permette quindi di spiegare ciò che la teoria tradizionale non può spiegare, e cioè le crisi economiche: “il suo nuovo modo di vedere la realtà avrebbe fatto dell’eccezione la regola”.
Le decisioni economiche vengono prese in condizioni di incertezza, assumendo che il futuro somiglierà al presente; ma così non è: l’incertezza porta quindi a repentine variazioni delle nostre opinioni, e fa sì “che gli investimenti delle imprese possono avere un andamento instabile persino se le sottostanti relazioni produttive rimangono stabili”. L’incertezza ha un ruolo rilevante nello svolgimento del processo economico, perché l’impossibilità di prevedere il futuro determina repentini mutamenti di opinione nei diversi operatori economici, imprese, famiglie, istituzioni finanziarie, i cui comportamenti si modificano di conseguenza.
Accade perciò che la riuscita o meno di un’impresa dipenda non solo dal mercato specifico in cui opera, ma anche dai mercati finanziari, “dalle condizioni alle quali essa può prendere a prestito, vendere le proprie attività patrimoniali o emettere nuove azioni”.
I comportamenti e le opinioni dei banchieri e degli operatori finanziari influiscono sul livello della domanda e sull’occupazione; opinioni molto volubili, “reagiscono all’andamento passato dell’economia e cambiano continuamente nel processo di transizione tra i diversi stati sistemici tipici del capitalismo (boom, crisi, deflazione creditizia, stagnazione, espansione relativamente sostenuta)”.
La moneta liquida è, in questo contesto, una sorta di polizza d’assicurazione che protegge dalle inadempienze contrattuali e dall’andamento irregolare dei mercati finanziari; Minsky osserva come la gente creda, erroneamente, che il potere assicurativo della moneta sia maggiore rispetto a quello di tutte le altre attività. Ne deriva che appena il rendimento di un bene capitale diventa inferiore al rendimento della moneta, l’investimento viene sospeso: “Keynes afferma che quando il rendimento atteso dei beni capitali diminuisce, è la moneta ad assumere un ruolo dominante”.
Gli investimenti tendono così a fluttuare, più per la variazione dei rendimenti futuri attesi che per l’efficienza marginale del capitale come pensava erroneamente la teoria classica dell’economia. Nel capitalismo avanzato assistiamo ad una stratificazione dei debiti, gli stati patrimoniali delle diverse imprese sono fra loro interrelati, danno luogo a flussi di denaro (per salari, profitti, rendite, ecc.) che sono determinati dalla struttura finanziaria e che richiedono l’esistenza di mercati ben organizzati: mercati “estesi”, dove cioè sono molti gli operatori che vi partecipano, e “profondi”, in cui l’offerta è elastica; ma, osserva Minsky, abbiamo anche mercati “ristretti”, con pochi partecipanti, e poco profondi, nei quali una modesta variazione nella quantità dei titoli offerti provoca repentine variazioni di prezzo.
Nella fase alta del ciclo economico, il boom degli investimenti viene accompagnato solitamente dal boom del mercato azionario, e se il valore di mercato dell’impresa aumenta, dal punto di vista finanziario aumentano anche le possibilità per questa di incrementare le proprie passività, cioè di aumentare i propri debiti: esiste, sottolinea Minsky, un rischio del debitore che deriva dal sottoscrivere impegni di debito certi a fronte di rendimenti futuri dell’investimento che sono incerti, ed un rischio del creditore che aumenta invece all’aumentare del rapporto tra prestiti (mezzi di terzi) e mezzi propri (capitale netto). Mentre il rischio del creditore può assumere varie forme (aumento dei tassi d’interesse, rimborsi del debito con scadenze ravvicinate, garanzie, impegni e restrizioni), il rischio del debitore è meramente soggettivo, variabile nel tempo e da persona a persona, ma nel contempo rappresenta un fattore essenziale per capire quanto le aspettative siano volatili e quanto imprevedibile sia lo spirito imprenditoriale. Nei periodi di espansione economica, di boom, la valutazione di entrambi i rischi, il rischio del debitore e quello del creditore, può abbassarsi al punto da determinare una crescita insostenibile dell’indebitamento degli operatori economici. L’opinione di questi circa il rischio del debitore e del creditore finisce così per regolare gli investimenti e, di conseguenza, l’intera economia: “quando diventa impossibile rifinanziare le posizioni di portafoglio, ha luogo una brusca inversione di rotta (…). In situazioni siffatte è assai probabile (e infatti spesso effettivamente accade) che gli investimenti decelerino precipitosamente”.
La maggior parte dei crediti concessi nei periodi di boom è infatti a breve scadenza, e quando le passività sono a breve termine sorge la necessità di rifinanziarle, spesso emettendo nuovo debito. Ma quando, terminata la fase di boom, i venditori prevalgono sui compratori, le singole attività diventano illiquide, i prezzi crollano, i valori azionari cadono, gli investimenti si contraggono ed inizia una fase di recessione che viene acuita da un processo deflazionistico creditizio: “le banche dispongono di fondi da dare a prestito, ma i debitori (e le banche stesse) non sono disposti ad utilizzarli”. Ne deriva un pericoloso processo di retroazione, al termine del quale l’economia si trova in una condizione di depressione, con la caduta del reddito e l’aumento della disoccupazione.
E’, questo, il cosiddetto Minsky Moment, osserva John Cassidy nel libro "Come crollano i mercati" (ed. Einaudi, 2011), cioè quella situazione in cui “all’improvviso il denaro diventa più difficile da ottenere, anche per soggetti finanziariamente solidi”.
La fase di stagnazione produttiva che segue al processo deflazionistico creditizio avrà durata ed intensità diverse, a seconda delle risposte pubbliche che si riusciranno a dare, che potranno andare dall’intervento della banca centrale (creditore di ultima istanza) all’incremento della spesa pubblica, dal sostegno ai consumi alle politiche fiscali. Il mercato finanziario ed il mercato dei beni capitali sono in continua tensione, l’economia keynesiana è un sistema di disequilibrio permanente, in cui ogni stato del sistema è transitorio e le variazioni che interessano un mercato influiscono su altri mercati, ciascuno dei quali reagisce con proprie tempistiche di aggiustamento progressivo.
Il passaggio da una posizione di disequilibrio ad una di equilibrio dipende infatti dalla interazione fra i diversi mercati, che possono reagire in modo diverso fra loro, talvolta anche in forme destabilizzanti; oltre ai mercati economici ed a quelli finanziari, osserva Minsky, è molto importante anche il comportamento del mercato del lavoro, dove la flessibilità dei salari ed in particolare la loro diminuzione non aiuta ad uscire da una situazione di crisi ma, paradossalmente, può contribuire a peggiorarla: “la caduta del livello dei prezzi e dei salari tende a innescare un processo deflazionistico creditizio tale da ridurre la quantità di moneta, il che non fa che aggravare la situazione sul mercato del lavoro: prezzi e salari flessibili hanno effetti destabilizzanti”. In una situazione di disoccupazione, sottolinea Minsky, la flessibilità dei salari verso il basso contribuisce a peggiorare lo stato di cose.
La piena occupazione, in un’economia capitalistica non regolata dall’intervento pubblico, si configura perciò come uno stato del tutto transitorio, che non può permanere nel tempo. In una situazione di sottoccupazione, la domanda del settore privato e quella del settore pubblico sono complementari: questo significa che in un periodo di crisi un programma di opere pubbliche è una scelta politica razionale per poter conseguire la piena occupazione.
Non esiste però una soluzione univoca ai problemi dell’economia; esistono invece strategie differenti, adatte alle diverse fasi del ciclo economico, tutte orientare a conseguire però i due obiettivi fondamentali che sono irrinunciabili per la visione keynesiana, e cioè la piena occupazione e l’equa distribuzione del reddito. Keynes propone infatti una versione riformista del capitalismo, che viene mantenuto come libero mercato, ma che nel contempo è accompagnato dal controllo sociale degli investimenti e da una distribuzione molto più egualitaria dei redditi.
E’ però con la ripresa dell’economia che gli operatori economici torneranno a rischiare, non si ricorderanno più delle crisi passate e la stabilità tornerà ad avere effetti destabilizzanti, perché verranno finanziati man mano investimenti sempre più arditi; ancora una volta, conclude Minsky, è la stabilità che, “date le istituzioni finanziarie del capitalismo, ha effetti destabilizzanti”.
Buona lettura.
( Fonte: www.valori.it)
- John Maynard Keynes, Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, ed. Utet, Torino 1971 e 2005
- Hyman P. Minsky, Keynes e l’instabilità del capitalismo, ed. Bollati Boringhieri, Torino 1981 e 2009