" Le ragioni del Tea Party" di Serena Sileoni

Pubblicato il da borsaforextradingfinanza

http://etc.usf.edu/clipart/18100/18167/tea_party_18167_lg.gifDavanti ai grafici del crollo finanziario, per fugare le paure che ognuno di noi sta vivendo nel veder sfumare i propri risparmi e le proprie certezze (i nostri nonni, e forse anche i nostri genitori, credevano che i titoli di Stato fossero la cassaforte più sicura) continuiamo a chiedere più regole ai mercati, fondi pubblici di salvataggio, più prestazioni sociali, interventi che riequilibrino la fase avversa del ciclo economico, etc.

Nascondendo a noi stessi le cause, insistiamo a intervenire sui sintomi, senza avere il coraggio di un vero intervento chirurgico. Troppo difficile, troppo impegnativo, specie per l’orizzonte temporale di chi governa, risalire controcorrente all’origine della deriva, raddrizzare la barca e cambiare rotta. Meglio sfruttare quel po’ di vento che resta, tagliare le onde e sperare.

Perché se dovessimo davvero risalire la corrente, ci accorgeremmo che prima ancora dei fantomatici speculatori ci sono gli Stati che di essi hanno bisogno per spendere ciò che non hanno; prima ancora di qualsiasi differenziale tra titoli di Stato c’è la malsana esigenza di creare debito pubblico; prima del rischio di fallimento di uno Stato c’è la scelta di allargare la spesa pubblica per ottenere il consenso, etc.

Non possiamo prendercela con un mercato che – come si dice – lucra sulla paura e l’incertezza, quando gli Stati hanno deciso di giocare da imprenditori con il denaro dei contribuenti, tanto che un titolo da essi emesso sembra subire le stesse fluttuazioni che subirebbe un’azione. Non è il mercato che ha bisogno di regole, ma sono gli Stati che non devono aver bisogno di lui, ricorrendo all’indebitamento.

Vogliamo far finta che non sia così, che il problema sia che la BCE non è la FED, ma l’unica operazione che potrà salvarci è asportare dalla nostra cultura e dai nostri sistemi istituzionali l’idea cancerogena che lo Stato possa e debba spendere ciò che non ha, o aumentando le tasse e strozzando così le capacità di intrapresa e risparmio individuali o ricorrendo al mercato e rischiando un patrimonio che non è suo, ma di tutti noi.

L’opinione pubblica che ha la forza di chiedere di risalire la corrente è minoritaria, cosa che rende i nostri governanti, ad ogni livello, ancor più convinti degli slogan “più Stato e meno mercato”.

Ma qualcosa si muove. Il movimento Tea Party italiano, ad esempio, mentre scrivo è in piazza San Babila, a Milano, ad osare chiedere ciò di cui la maggior parte delle persone ha invece timore: meno Stato, meno assistenza, meno spesa pubblica, meno tasse, più responsabilità personale, più fiducia nel mercato come la sola formula che ancora non si vuole sperimentare e che, a guardare le origini di ciò che stiamo vivendo, sembra l’unica ragionevole.

Due anni fa o poco più il Tea Party italiano non esisteva, oggi è ancora un (relativamente) piccolo gruppo di persone, rispetto ai principali movimenti di opinione che mobilitano le piazze, sindacati in primo luogo. Ma hanno dalla loro parte due elementi: l’età (sono giovani, e sono quindi i soli che possono portare avanti a buon diritto la rivendicazione dell’equità intergenerazionale, molto più dei pensionati che sfilano contro il precariato) e la ragionevolezza delle loro richieste.
  ( Fonte: www.linkiesta.it)

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