La crescita turca frenata dagli scontri - di Loretta Napoleoni

Pubblicato il da borsaforextradingfinanza

http://static.internazionale.it/assets/img/authors/88.jpgÈ scoppiato l'allarme economia in Turchia. Dopo una settimana di scontri e manifestazioni di piazza contro il governo di Erdogan e la sua politica - da molti giudicata di lenta ma progressiva islamizzazione - si comincia  a temere l'effetto negativo sull'economia del Paese. Calano le prenotazioni turistiche per il futuro e si cancellano quelle già esistenti. Nonostante la Turchia non viva di solo turismo - questa nazione è la sesta destinazione più gettonata al mondo e nel 2011 è stata visitata da 31 milioni di turisti - il contributo annuo al Pil del settore è di 30 miliardi di dollari. La Turchia, va detto, non è una fucina industriale, come la Cina, né è ricca di materie prime come il Brasile, piuttosto poggia il suo sviluppo, insieme al turismo, sul commercio internazionale; il comparto dei servizi, infatti, costituisce il 63 per cento del Pil nazionale.
Tra le nazioni emergenti, dunque, la Turchia ha un primato unico, quello del commercio e di un terziario che funziona. Il decennio di prosperità e di politiche di liberalizzazione economica presieduto da Erdogan, ha attirato in Turchia i grandi marchi mondiali della globalizzazione, dalla Coca-Cola alla Microsoft, che hanno stabilito i quartieri generali regionali della ricerca proprio a Istanbul. Lo scorso mese la Pfizer americana ha addirittura annunciato che sposterà quello dell'Europa da Bruxelles a Istanbul.
Nonostante nel 2012 la Turchia sia stata vittima della contrazione economica mondiale, tanto che il Pil ha registrato una caduta del 2,5 per cento, il ciclo economico turco è sfasato rispetto a quello europeo. Nel 2011, quanto tutta l'Europa era in recessione - quell'Europa che poco prima aveva sbarrato ad Ankara l'ingresso nell'Ue - la Turchia è cresciuta dell'8,5 per cento, più della Cina insomma, registrando in termini assoluti un Pil di oltre mille miliardi di dollari.
Con una popolazione di 74 milioni di abitanti, il reddito pro-capite annuale è però di appena 14.517 dollari, siamo dunque ancora lontani dai valori del Nord Europa, ma in netta rimonta, mentre il tasso di disoccupazione pari all'11,7 per cento è sotto la media europea.
Di fronte alle sollevazioni di questa settimana, il vero problema della Turchia è però il pericolo che si arresti il flusso di investimenti stranieri, che nel 2011 ammontava a 16 miliardi di dollari.
Soldi con cui questo Paese è entrato nella rosa di quelli emergenti. Una buona fetta, infatti, sono a breve termine, i cosiddetti hot money, soldi che scottano perché si muovono di mano in mano molto velocemente alla ricerca del massimo profitto e che, attualmente, finanziano il 60 per cento del debito totale della Turchia.
Fonte: www.caffe.ch

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