La Bce scopre che l’Italia è “virtuosa”
La Banca centrale europea promuove con riserva l’Italia. Certo, ammette l’istituto presieduto da Mario Draghi, il disavanzo è stato portato al 3%, come prevede il Patto di Stabilità, e a fine dicembre dovrebbe scendere ancora nel suo rapporto con il Prodotto interno lordo. Ma il debito pubblico a fine 2012 era al 127% e alla fine di questo anno dovrebbe salire ancora al 130%. Benvenuti quindi nel club dei Paesi “virtuosi” come se poi il risultato del disavanzo non fosse stato ottenuto con un aumento delle tasse, tra Iva e l’odiosa e odiata Imu, che non hanno fatto altro che accentuare la recessione e fare crollare la domanda interna. Il risanamento dei conti presenta dei rischi, sottolinea il bollettino mensile realizzato dai tecnici dell’ex vice presidente europeo di Goldman Sachs. La cura insomma potrebbe anche ammazzare il paziente che di suo è già particolarmente debilitato. L’economia italiana è infatti a pezzi. Noi italiani ce ne siamo accorti da un bel pezzo, tanto per fare un gioco di parole. Ma il fatto che se ne sia accorta anche la Bce attribuisce a questo disastro il crisma della ufficialità. La moria di imprese è davanti agli occhi di tutti. Le principali aziende industriali nazionali, quelle che danno l’impronta all’intero settore, sono in fase di smobilitazione. L’Ilva di Taranto e la Fiat ne sono l’esempio più eclatante. Soprattutto, tranne il caso particolare di produzioni di nicchia, quelle del lusso come i marchi storici della moda, la meccanica di precisione e la sempre eterna Ferrari, le aziende italiane non riescono più ad esportare. Tra i Paesi più industrializzati del mondo, l’Italia, nel periodo 1999-2012, è quello che ha registrato la flessione più forte nelle esportazioni. Un dato che il bollettino della Bce sottolinea con preoccupazione, perché se un Paese non esporta è inevitabile che anche il Pil non potrà che calare, mentre al contrario il debito aumenterà. Sempre che i governi non siano in grado di tagliare drasticamente la spesa pubblica e lo Stato sociale. Sempre che i governi e i partiti che li sostengono, per rilanciare l’economia aiutando le imprese, non si accorderanno per comprimere i diritti dei lavoratori ed obbligarli, come succede nei Paesi ad economia schiavistica tipo la Cina, ad accettare retribuzioni sotto il livello di decenza e di sopravvivenza minima. Questa è insomma la classica ricetta della Bce. Come lo è di altri affermati e deleteri organismi mondialisti, tipo il Fondo monetario internazionale, la Banca Mondiale, la Commissione europea. Quella ricetta che parte da dati di fatto per poi presentare una cura sempre e comunque improntata al liberismo più duro e più duro, in virtù della quale il ruolo dello Stato debba progressivamente annullarsi e la società civile (un concetto gramsciano) venga lasciata al libero gioco dei suoi protagonisti, i suoi pescecani più voraci.
La Bce in linea generale è soddisfatta che l’Italia sia entrata nel club dei pochi ma buoni (gli altri sono Germania, Estonia, Lussemburgo, Austria e Finlandia) che sono riusciti a portare il disavanzo sotto il 3%. Si tratta in realtà soltanto di un bel traguardo contabile che però al comune cittadino dice ben poco o niente visto che il suo primo pensiero è la sopravvivenza vera e propria e la disperata ricerca di un lavoro che non si trova.
Inoltre, se Sparta piange, Atene non ride. Non ci si può rallegrare che gli altri 11 Paesi dell’euro non siano “virtuosi” come il nostro, perché come la Francia (che ha un disavanzo del 4,5%) sono al di sopra del 3% fissato dal Patto di Stabilità. Con un disavanzo al 127% che l’anno prossimo salirà al 134%, il governo italiano (prima Monti e poi Letta) non può festeggiare, sostenendo che abbiamo messo in ordine i conti, tra entrate ed uscite, e che i “mercati” ci stanno premiando, avendo abbandonato gli attacchi speculativi contro i nostri Btp, in particolare quelli decennali.
Titoli che sono legati ai confratelli Bund tedeschi da un rapporto dialettico che ne sottolinea il differenziale di rendimento, il cosiddetto spread. Uno spread che rimanendo basso testimonierebbe della fiducia riposta nell’Italia e nella sua capacità futura di rimborsare tali titoli alla scadenza e pagare regolarmente gli interessi.
In realtà si deve dire che con un debito a quei livelli, gli attuali e i futuri, lo spread dovrebbe collocarsi ad un livello molto più alto degli ultimi tempi del governo di Berlusconi (novembre 2011), quando il debito era al 120% e lo spread era a 570 punti. Ora lo spread sta in una fascia tra 260 e 280 punti che, in base a tali considerazioni, appare come una vera anomalia. E non vale che qualcuno replichi che lo spread è tenuto basso dal Fondo europeo permanente salva Stati, che compra titoli fino a 10 anni, e dalla Bce che, grazie al meccanismo Omt compra invece quelli da 1 a 3 anni, e che entrami in tal modo hanno calmierato la situazione e di riflesso salvato l’euro. La realtà è che Paesi come l’Italia vengono lasciati sopravvivere perché una loro bancarotta avrebbe effetti devastanti sull’intera economia gloabale. Il bollettino della Bce che prescrive ad Enrico Letta e Fabrizio Saccomanni l’entità dei compiti da fare a casa, rientra in un gioco delle parti, nel quale ognuno recita il ruolo che gli è stato assegnato. Ogni tanto, come spesso succede, qualche investitore, o speculatore che sia, vende i Btp italiani, lo spread risale e le preoccupazioni ritornano.
In ogni caso la Bce si preoccupa pure dell’economia reale e non soltanto del gioco dei bussolotti pubblici. I Draghi boys stimano e sperano che i prezzi rimangano stabili in Italia, grazie (si fa per dire) al basso livello di utilizzo della capacità produttiva, al ritmo moderato della ripresa, ai bassi prezzi dell’energia e degli alimentari. Della serie, “italiani non correte”, tanto l’occupazione continuerà a calare anche quest’anno. E rassegnatevi a divenire un semplice mercato di sbocco per i prodotti di altri Paesi. ( Autore: Andrea Angelini)
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