Squinzi chiede meno tasse sul lavoro - di Andrea Angelini
Non è necessario congelare l’aumento dell’Iva dal 21% al 22% che scatterà dal 1 luglio. Per Giorgio Squinzi, una misura del genere non costituisce una priorità. Il governo e i partiti che lo sostengono dovrebbe semmai preoccuparsi di ridurre il costo del lavoro attraverso una detassazione delle retribuzioni e una diminuzione dei contributi sociali. L’unica maniera, a giudizio del presidente di Confindustria, per aiutare le imprese a tornare competitive sui mercati internazionali e battere la concorrenza estera.
Sull’Iva, Squinzi ha espresso lo stesso giudizio scettico da lui già dato sull’Imu. Come se l’Imu fosse soltanto una tassa che opprime il cittadino medio e non già anche le imprese che si sono trovate di fronte ad un balzello improvviso che per molte si è rivelato insostenibile. Per le imprese infatti, l’Imu è andata a colpire i locali nei quali si realizza la produzione o si svolge una attività commerciale. In tal modo si sono creati notevoli costi aggiuntivi visto che la superficie elevata dei capannoni.
Una tassa idiota insomma e deleteria tanto che è stato lo stesso ministro dello Sviluppo economico, Flavio Zanonato, a sostenere che l'applicazione dell'Imu sui beni strumentali, come le aree operative di una azienda è “paradossale”. Una maniera elegante per non dire che si tratta di una “boiata”. Pazzesca o no. Lo stesso termine, guarda caso, che lo stesso Squinzi utilizzò per definire la riforma del mercato del lavoro, varata dal ministro in lacrime, Elsa Fornero.
Il significato immediato della tirata di Squinzi è che Confindustria non porrà eccessivi ostacoli al governo per l'aumento dell'Iva, anche se questo farà crollare la domanda interna e i consumi. In cambio chiede provvedimenti mirati per creare nuova occupazione. E’ necessario, ha sostenuto Squinzi, ridurre il costo del lavoro dalla base imponibile dell’Irap. Quanto alla defiscalizzazione, essa dovrà essere di un ammontare pari almeno all’11%. Questa per le imprese è la priorità assoluta. Dal che si deve concludere che è il basso costo del lavoro dei Paesi concorrenti dell’Italia ad avere aggravato da noi gli effetti della recessione. Certo, c’è anche il ruolo di una pressione fiscale insopportabile a tutti i livelli, ma dopo questo taglio ne verranno chiesti altri per inseguire Paesi come la Cina dove il costo del lavoro è otto-dieci volte minore del nostro.
- See more at: http://www.rinascita.eu/index.php?action=news&id=21499#sthash.1dgbIJbQ.dpuf