Fondi a caccia di terreni africani: «Ecco l’origine della speculazione»
Il think tank Oakland Institute ha lanciato un duro atto d’accusa nei confronti dei grandi finanzieri internazionali. Sarebbe loro, infatti, la colpa della volatilità registrata nei prezzi alimentari negli ultimi mesi. E la causa sarebbe una rincorsa smodata all’accaparramento di appezzamenti di terreno in Africa.
Secondo un articolo riportato dal quotidiano francese Les Echos, infatti, la finanza è nuovamente sul banco degli accusati: gli hedge funds e alcuni fondi pensione avrebbero infatti adottato comportamenti che hanno reso instabile la produzione agricola e, di conseguenza, i mercati. Con una strategia che, in qualche modo, giunge come una novità: le manovre non sarebbero infatti state effettuate, come di consueto, direttamente su titoli e strumenti derivati, bensì molto più “concretamente”, attraverso l’acquisto o l’affitto di vasti terreni africani. Solamente nel 2009 - ha spiegato l’istituto, la cui sede centrale è in California, in un rapporto pubblicato mercoledì - 60 milioni di ettari (ossia la stessa estensione di un Paese come la Francia) sono passati sotto il controllo di soggetti stranieri. Un vero e proprio boom: fino all’anno precedente non si era superata la cifra media di 4 milioni.
Nel “business” - si legge nel documento - si sono gettate anche alcune compagnie indiane e cinesi, ma la fetta più grande è andata a gruppi occidentali controllati da ricchi privati americani od europei, e soprattutto a fondi d’investimento speculativi legati ad importanti banche come JPMorgan o Goldman Sachs. Di fatto, la questione coinvolge perfino alcune grandi università statunitensi, come Harvard, Spelman o Vanderbilt, che avendo investito notevoli quantità di denaro in fondi come l’inglese Emergent, sono di fatto diventate proprietarie di parte dei terreni.
Secondo l’Oakland Institute si tratta di un comportamento «scandaloso». Anche perché a quanto risulta al think tank, la maggior parte di tali investimenti sarebbe stata effettuata in modo del tutto opaco, senza tenere in considerazione le esigenze delle popolazioni locali, dell’ambiente e minando in alcuni casi la stessa stabilità politica dei Paesi. I nuovi proprietari, infatti, rimpiazzano le colture tradizionali con massicce produzioni di biocarburanti o di fiori da recidere. Il che ha prodotto una netta riduzione dell’offerta alimentare, con tutto ciò che questo comporta a livello internazionale.
Il rapporto insiste infine sul modo in cui alcune transazioni sarebbero state effettuate: numerosi governi africani (Etiopia, Mali, Sierra Leone, Mozambico, Tanzania, e Sudan) avrebbero negoziato le vendite in modo superficiale. Non solo: nei casi in cui la trattativa si sia svolta direttamente con i capi delle tribù locali, anziché indennizzi monetari i fondi avrebbero spesso “pagato” con false promesse di posti di lavoro e di progresso. Se non addirittura con metodi dal sapore tristemente neo-coloniale: in alcuni frangenti le transazioni sarebbero state effettuate regalando bottiglie di whiskey. E quando si è dovuto per forza mettere mano al portafoglio, i prezzi sono risultati stracciati: affitti da 2 dollari l’anno per ettaro in Sierra Leone e da 6,75 dollari in Etiopia. Mentre in Brasile o in Argentina servono 5 o 6 mila dollari. ( Fonte: www.valori.it)