" Euro, camicia di forza che strangola la Grecia" di Loretta Napoleoni
Questa settimana l'Islanda è ricomparsa sui mercati internazionali dei capitali con un'emissione di un miliardo di dollari, che ha piazzato senza problemi con un tasso d'interesse appena superiore al 3%. Anche l'Argentina non ha problemi a finanziare il suo debito. Eppure entrambe queste nazioni si sono trovate in una situazione analoga a quella in cui oggi si dibatte la Grecia, ma non hanno ascoltato il Fondo monetario, che le incitava a ripagare a tutti i costi il debito, hanno scelto invece la strada del fallimento.
Onorare il debito era impossibile perché le dimensioni erano enormi, all'inizio del 2008, ad esempio, quello islandese era 1000 volte il Pil, in più il pagamento degli interessi deprimeva l'economia. Nei tre anni in cui l'Argentina cercò di farlo l'economia si contrasse dell'8,4%. Naturalmente l'ammissione di essere in bancarotta provocò un cataclisma nell'economia nazionale. Nel 2002, l'economia di questo Paese si contrasse dell'11%. Ma l'anno dopo ricominciò a crescere e secondo gli ultimi dati pubblicati dal Fondo monetario dal 2003 lo ha fatto con un tasso medio del 7,4%.
Argentina ed Islanda sono vittime del neoliberismo di Wall Street, ma la loro fortuna fu di non potersi qualificare per il bail-out, il salvataggio del Fondo monetario e dell'Unione Europea. Il crollo del loro sistema bancario non minacciava di contagiare nessuno e quindi nessuna grossa banca centrale o governo si è intromesso nella gestione del debito e della bancarotta.
Il governo islandese, dunque, non ebbe problemi a dividere le banche deficitarie in due sezioni: quella straniera, dove confluirono i debiti degli investitori esteri, e quella nazionale dove invece finirono i soldi degli islandesi. Il governo garantì solo quest'ultima e ristrutturò i debiti della prima. Così facendo il sistema bancario islandese si ridusse dell'80%, ma l'economia non venne privata del contante necessario per riprendere a crescere.
La sventura della Grecia è l'euro, la moneta unica europea. Per difenderlo si è disposti a sacrificare l'intera popolazione greca ed ad affossare l'economia di questa nazione. Secondo il Fmi, dal 2008 l'economia greca si è contratta del 9,3% e le previsioni sono per una crescita futura anemica, pari al 2% perché dal 2011 un quarto del Pil andrà a pagare gli interessi sul debito.
L'euro è una camicia di forza che sta strangolando la Grecia, le impedisce di svalutare drasticamente la moneta, come avvenne in Argentina ed in Islanda. Ma se la Grecia esce dall'Euro, allora questa prospettiva diventa possibile anche per il Portogallo, l'Irlanda e forse anche la Spagna e l'Italia, nazioni che troverebbero nella svalutazione l'ossigeno necessario per ricominciare a crescere. Naturalmente chi lo mantiene si troverà con una moneta diversa, molto forte. Ne soffrirebbero le esportazioni tedesche e francesi all'interno dell'Europa Unita, ma anche nel resto del mondo, poiché il nuovo euro nel medio periodo si rivaluterà rispetto al dollaro ed allo yen.
La popolazione greca ha dunque ragione a voler scacciare gli stranieri da casa propria, solo il governo greco può fare gli interessi del popolo e forse è giunta l'ora di fare proprio questo. ( Fonte: www.caffe.ch)