" Aumento di capitale Unicredit, quanto è importante l’aspetto emotivo" di Giancarlo Marcotti
Una mail ricevuta da una lettrice, che trattava gli aspetti “psicologici” ed “emotivi” che sono connessi agli investimenti azionari e che vengono moltiplicati durante le cosiddette operazioni straordinarie di Borsa, mi ha indotto ad approfondire questi aspetti normalmente tenuti in secondo piano.
Riportiamo innanzitutto lo scritto di Maria Paola.
Buongiorno Dott. Marcotti ,
purtroppo per me sono decisamente inesperta in materia e mi sono ritrovata coinvolta nell’ADC Unicredit senza sapere praticamente nulla dei mercati e degli strumenti finanziari.
Ho comprato le azioni prima della comunicazione dell’ADC e sono rimasta a guardare attonita la lunga e ripida discesa.
Non ho avuto la capacità di muovermi, di prendere iniziative, ero totalmente impreparata; ma questi giorni di sofferenza non sono passati invano, ho cercato di imparare il più possibile approdando al Suo sito che è diventato per me un riferimento più che quotidiano.
La ringrazio quindi per la limpidezza e l’onestà che emergono dalle Sue parole e per la disponibilità nei confronti dei tanti che come me Le si sono rivolti in questi giorni oscuri.
L’aver investito alla leggera su questo titolo e il non aver saputo fermare la perdita a valori “sopportabili” è per me un’autoaccusa pesante che non vorrei dovermi ripetere, perciò son qui a chiederle consiglio: ho pensato che tutte le persone cha hanno comprato lungo la fase di discesa sia azioni che diritti avranno sicuramente un guadagno prima di me, e questo potrebbe portare il titolo (al termine dell’ADC) a scendere al di sotto degli attuali 3 euro, perché c’è chi ha comprato (diritti e azioni) a meno che già potrebbe vendere con profitto.
Se fosse, non converrebbe anche a me vendere oggi a 3 e ricomprare eventualmente al momento del calo ad un prezzo ipotetico più basso? Ossia la domanda è: si può prevedere , è probabile, un altro calo ripido e breve subito al termine dell’ADC? Non vorrei pentirmi nuovamente della mia immobilità.
Spero di essere stata chiara e non aver detto troppe castronerie. La ringrazio di cuore.
Ebbene, in risposta a questa mail potrebbe essere scritto un trattato, ma limito la mia analisi soltanto ad un paio di aspetti che ritengo di primaria importanza e che ho voluto evidenziare in grassetto.
Ciò che Maria Paola non sa, essendo inesperta, è che quella situazione emotiva che descrive perfettamente, quella “paralisi” che la coglie mentre vede il titolo scendere e che le “impedisce” di agire, non è un qualcosa legato alla sua inesperienza, ma uno stato emotivo che la accompagnerà perennemente, qualora naturalmente decida di continuare anche per il futuro ad investire sui mercati finanziari.
I due aspetti guadagno/perdita, non sono vissuti emotivamente dall’investitore in maniera antitetica, ecco questa è una cosa che Maria Paola acquisirà col tempo. Il successo di un’operazione, e quindi il relativo guadagno, è certamente visto con favore, ma non è praticamente mai un’esperienza esaltante, dopotutto se avevamo investito è perché ci aspettavamo un guadagno ed ora che era arrivato, esso non risultava altro che la logica conseguenza, insomma niente più che una conferma delle nostre attese.
Anzi non è neppure raro che alla fine, nonostante l’utile conseguito, a prevalere sia il rammarico od il rimorso per non aver guadagnato ancora di più, insomma una specie insoddisfazione congenita.
L’insuccesso invece è visto in modo drammatico, non solo non sta accadendo ciò che avevamo previsto, ma si sta verificando esattamente il contrario e la reazione, naturale ed assolutamente fisiologica, è la “paralisi”, restiamo increduli, incapaci di reagire, facendoci così risucchiare in un vortice dal quale non vediamo vie d’uscita.
Questa disomogeneità fra le diverse reazioni all’esito delle nostre scelte d’investimento si traduce semplicemente in una parola, spesso abusata, ma non in questo caso: stress.
Operare sui mercati finanziari è stressante, e chi lo fa, quindi, deve esserne conscio.
Si è ritenuto di ovviare a questa temuta immobilità, inserendo, contemporaneamente all’ordine di acquisto, anche un ordine di vendita condizionato alla discesa del prezzo del titolo al di sotto di una certa soglia prestabilita, questa operatività denominata con termine anglosassone “stop loss” è stata spesso indicata come “taumaturgica”.
Ebbene il discorso sarebbe lunghissimo e non certo esaustivo in questo contesto, ma vi anticipo che personalmente sono più che scettico, avendo definito in più occasioni la pratica dello “stop loss” il miglior modo per avere piccole perdite … ma costanti.
Il secondo aspetto che traspare nella mail di Maria Paola riguarda il timore di poter avere conseguenze negative dal comportamento degli altri azionisti visti sempre “in posizione di privilegio” rispetto alla nostra.
In generale questo timore è sovrastimato, è vero che quando pensiamo al “mercato”, termine davvero abusato soprattutto nella sua accezione plurale (“i mercati”), pensiamo a “tutti gli altri che non siamo noi”, ma noi non dobbiamo andare contro ai mercati, anzi dobbiamo assecondarli.
Nella fattispecie, poi, il fatto che alla partenza dell’operazione di aumento di capitale, Unicredit quotasse di fatto sul proprio minimo storico, rendeva davvero la situazione degli azionisti decisamente omogenea, in altri termini nessun azionista Unicredit poteva cioè essere in guadagno.
Ma indipendentemente da questo, le quotazioni di un titolo non dipendono dai prezzi di carico dei vari azionisti, bensì dalle prospettive di business dell’azienda, vogliamo essere più chiari? Dalle prospettive che ha l’azienda di fare utili, o se preferite di guadagnare.
Se non fosse così, per fare un classico esempio eclatante, oggi l’azione Apple non varrebbe 420 dollari, infatti chi soltanto otto anni fa (solo 8 non 80) a gennaio del 2004, avesse investito 10.000 euro nell’azienda di Cupertino, dando così fiducia alle capacità di Steve Jobs, oggi si ritroverebbe 420.000 euro.
Se avesse venduto, ad esempio, quando il suo investimento valeva 20.000 euro (e quindi dopo aver ottenuto un guadagno del 100%) solo perché riteneva che, a quel punto, “il mercato” avrebbe alleggerito le posizioni, visto il raddoppio del valore del titolo, quante volte avrebbe dovuto mordersi le mani?
Ora lontanissimo da me dire che Unicredit possa minimamente essere paragonata a Apple, ma l’esempio mi è servito per spiegare il concetto: devono essere solo e soltanto le prospettive che attribuiamo all’azienda in cui investiamo a condizionare le nostre scelte, e non solo al momento dell’acquisto, ma anche e soprattutto nella decisione di vendita.