" Un anno a 18 carati " di Ezio Rocchi Balbi
Da bene rifugio a investimento di massa, l'oro ha caratterizzato (per il quarto anno consecutivo) questo 2012 ormai alle spalle. Un anno a 18 carati, che ha confermato come il più nobile tra i metalli preziosi si sia ormai trasformato in un "bene di consumo" tradizionale sul mercato ticinese. Così come in borsa, e nel commercio online, i dati di vendita a fine dicembre sono saliti anche nelle filiali sul territorio, registrando una nuova tendenza: se prima chi acquistava oro puro lo faceva solo per diversificare i capitali investiti, ora lingotti e lingottini fanno gola anche al ceto medio. Anzi, secondo la filiale luganese di Pro Aurum, il maggior incremento di clienti si è avuto tra la fascia con un reddito medio a partire dai 5'000 franchi.
"È un trend che coincide con quanto registrato dal centro di studi Steinbeis di Berlino - conferma Brigitte Crespi di Pro Aurum -. In questa classe di reddito chi compra oro è raddoppiato rispetto ad un anno fa, ma è anche vero che i clienti che godono di ben altri patrimoni hanno aumentato le loro 'riserve' di metallo prezioso. Secondo le nostre stime, mediamente, questa fascia di clientela investe in oro circa il 20% dei loro risparmi".
Ma a determinare il vero successo nella vendita non è stata l'improvvisa impennata dei regali natalizi, ma ben altra forma d'acquisto: quello con deposito della preziosa materia prima visto che, com'era ovvio supporre, buona parte degli acquirenti arriva da oltreconfine. E l'anonimato dell'oro custodito non è sottoposto ai mille vincoli e attenzioni dell'ormai banale conto in banca. "Sì è vero l'incremento maggiore si è registrato in questa forma d'acquisto, e non è oro virtuale ma fisico, che si può rititare in qualsiasi momento e si può comprare senza oneri doganali - spiega Crespi -. L'acquisto in lingotti, però, parte da un importo minimo di 25mila franchi e il deposito nei nostri caveau di Zurigo costa dallo 0,75% per i tagli minimi fino allo 0,4% per i depositi più importanti".
Il fenomeno, però, non dev'essere confuso con l'esplosione di un'altra tendenza: il proliferare di negozietti, spuntati un po' ovunque, che il nobile metallo l'acquistano in contanti. In ogni caso, anche questa forma di mercato deve la sua fortuna ad una domanda mondiale che, per cinque anni consecutivi, ha sempre fatto registrare quote superiori alla media trimestrale che - giusto per informazione - è di circa mille tonnellate. "Non bisogna confondere queste realizzazioni minori con il vero business - ricorda la manager luganese di Pro Aurum -. Chi vende usa soprattutto preziosi di famiglia, articoli di goielleria che spesso hanno il valore della lavorazione superiore a quello del metallo. Per tacere dei tanti monili antichi, quello definito oro 'rosso', ai tempi legato col rame, che non va oltre i 14 carati. Ecco da questo punto di vista, se uno proprio deve, è preferibile vendere i gioielli di oro 'arabo'; meno qualità di lavorazione, ma più fino visto che di solito è sui 21 carati. Ma, ripeto, quando parliamo di commercio d'oro parliamo di quello che sta diventando nuovamente fondamentale sul mercato finanziario; quello d'investimento, dai lingotti ai contratti future". Giusto per ricordare che, indipendentemente dall'exploit delle vendite, la maggior parte dell'oro prodotto nel mondo passa comunque dalla Svizzera che ospita, soprattutto, in Ticino le più importanti raffinerie del metallo giallo. E per dare un'idea è il caso di ricordare che la Confederazione ha importato, lo scorso anno, circa 2.600 tonnellate d'oro a fronte di una produzione annua, di tutte le miniere del pianeta segnalate dall'Us Geological Survey, di 2.700 tonnellate. In soldoni circa cento miliardi di franchi di "passaggio" in Svizzera.
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