" Suicidarsi per i debiti: effetto del "male morale" " di Alessio Mannino

Pubblicato il da borsaforextradingfinanza

http://ts4.mm.bing.net/images/thumbnail.aspx?q=1305350649555&id=aa1beaa07e04ede3201e304680d3ee7dÈ l’ennesimo suicidio finanziario, per debiti. Venerdì 18 novembre, di mattina, Giancarlo Perin, impresario edile di 52 anni di Borgoricco in provincia di Padova, si è impiccato nella sua fabbrica, lasciandosi penzolare da una delle sue gru. Come in tanti altri casi di questo genere, il senso di colpa ha corroso la mente di un altro padroncino: la sua ossessione – raccontano familiari e amici – erano le decine di dipendenti che non era più sicuro di poter pagare regolarmente. Un imprenditore all’antica, per cui il significato della parola “impresa” era autentico, rimandava cioè al rischio che chi vi si imbarca deve accollarsi.

La sua azienda, poi, era molto conosciuta e stimata in paese, e aveva all’attivo una lunga serie di restauri e manutenzioni a edifici storici di pregio. Ora che la crisi economica si era abbattuta anche sul suo giro d’affari, il rischio gli era diventato insostenibile e l’angoscia lo aveva consumato. Con orgoglio, anche questo retaggio di un passato, borghese e contadino, in cui la reputazione aveva un valore, lui si era tenuto dentro il tormento e l’ammontare del debito fino all’atto finale: ha preso una corda da lavoro e si è tolto la vita.

Una lunga scia di sangue è stata sparsa in questi anni nel ventre del ricco ma infelice Nordest. Le cause cinicamente tecniche sono la diminuzione degli ordinativi e la restrizione del credito da parte delle banche, elementi scatenati dalla recessione. Ma recessione fa rima con depressione. Di fondo c’è un malessere che qui si tocca in modo più palpabile: l’identificazione portata all’estremo fra vita e lavoro.

Troppi, in questo Veneto che ha venduto l’anima al benessere economico, lavorano troppo e troppo si dannano per la ditta e il fatturato. Sono schiavi, perché gli rimane davvero poco tempo per tutto il resto, che poi è la vita stessa: affetti, passioni, svago, e un po’ di sano e dolce far niente. Un senso di responsabilità eccessivo li porta a inseguire la crescita aziendale per poi ritrovarsi in balìa della banca, e quindi della ciclica crisi di un’economia satura e sovraccarica.

Il lavoro si rivela allora per quello che è: una pena, un travaglio, un’oppressione. Una corda che si stringe fino a toglierti, letteralmente, il respiro. Per evitare queste morti così atroci bisognerebbe pensarle come l’effetto di un male morale: la fede doveristica nel Lavoro, che spinge all’indebitamento per aumentare e poi mantenere il livello di introiti.

Seppur mitigata dal bene morale di una coscienza non egoistica come quella del povero Perin, sempre di un male si tratta. Da cui è necessario guarire per invertire la marcia suicida di un’intera società. I tanti piccoli titolari d’impresa suicidatisi in questo scorcio storico sono i caduti di una guerra invisibile che ci coinvolge tutti, e che ci priva del solo vero benessere: lo star bene con sé stessi, anzitutto. Fonte: www.ilribelle.com

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M
Jules,non ringraziarmi, sono io ad essere grato a te che mi permetti di condividere dei valori così profondi in un mondo che invece pare distratto e superficiale.<br /> Forse tu non li condividi ma apprezzo la lealtà che non ti permette di prevaricare o vilipendere il prossimo, anche se questo ha un'idea diversa.<br /> Spesso e volentieri chi deride ha uno spessore morale pari a quello della carta velina.
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J
Grazie Mario
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M
sono pienamente d'accordo con l'autore dell'articolo; mi ha particolarmente colpito la sua sensibilità ai problemi dei piccoli imprenditori o degli uomini che sentono il peso e la responsabilità di<br /> avere dei dipendenti, al punto da togliersi la vita se il peso diventa impossibile.<br /> Non credo che io lo farei, forse perchè non avrei il coraggio di togliermi la vita.<br /> Però ora è facile dirlo, occorre essere nei panni di quell'imprenditore.<br /> Una cosa vorrei dire: credo che il crescere di un'impresa sia importante, ma fino ad un certo punto; al diavolo quelli che continuano a dire, da fuori, occorre investire, fare ricerca e sviluppo;<br /> fatelo voi, se siete capaci!<br /> Occorre che le parti sociali, quelle meno responsabili, smettano di fare demagogia: se un'impresa non riesce, molte volte non è solo per l'incapacità dell'imprenditore, ma anche dell'ultimo<br /> fattorino che chiude la saracinesca di fronte ai clienti alle 17,30 e chi s'è visto, s'è visto, crepi la ditta; bravo hai diritto al premio ;-)
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