Standard&Poor’s scopre la stretta creditizia - di Andrea Angelini
Standard&Poor’s scopre l’acqua calda. La società Usa di rating, che con la collega Moody’s distribuisce voti ai titoli pubblici e privati, spesso a vanvera e indipendentemente dalla situazione finanziaria e patrimoniale di quel Paese o di quella società, ha realizzato uno studio dal quale si evince che le banche italiane hanno tagliato il credito alle piccole e medie imprese. Grazie tante, come se non ce ne fossimo già accorti da tempo e come se la stretta creditizia non fosse una delle concause che stanno affossando la nostra economia.
S&P sottolinea che un sempre maggiore numero di imprese italiane, anche di medie dimensioni, saranno costrette prossimamente ad aumentare nei prossimi anni il ricorso alle emissioni obbligazionarie per far fronte alla stretta sul credito bancario. Nel 2012 le società italiane hanno emesso titoli per 20 miliardi di euro aggiuntivi per compensare una riduzione dei flussi di prestiti dalle banche pari a circa 44 miliardi.
Per come è organizzato il sistema finanziario italiano, le imprese ricevono dalle banche il 90% del loro fabbisogno di finanziamento, una fonte che secondo S&P è destinata a diventare sempre più arida a causa della lunga fase di diminuzione del proprio indebitamento (il cosiddetto “deleveraging”) e di riassestamento dei conti che attende le principali banche italiane.
Il ricorso alle emissioni obbligazionarie sarà peraltro sostenuto da alcuni recenti interventi normativi che le agevolano anche dal punto di vista fiscale. Un maggiore ricorso al mercato obbligazionario potrebbe aiutare a migliorare la struttura del capitale delle aziende italiane e ridurne i rischi di rifinanziamento perché allungherebbe i tempi di maturazione dei titoli e diversificherebbe la platea di investitori. Questa del condizionamento esercitato dal credito bancario è una delle caratteristiche più significative del nostro sistema economico. Gli imprenditori hanno mostrato di essere diffidenti nei riguardi dell’emissione di titoli, azioni e obbligazioni, per il timore di perdere il controllo delle aziende che in Italia sono per lo più a conduzione familiare, una peculiarità che all’estero è meno comune che da noi. Tanto è vero che il processo di progressiva sostituzione di una fonte di finanziamento con l'altra, a giudizio di S&P, rischia di essere lungo e difficile in quanto gli investitori istituzionali italiani non hanno dimostrato finora una grande propensione all'acquisto di obbligazioni di medie imprese. Manca infatti un mercato interno sufficiente a coprire l’eventuale richiesta di capitali.
Ci sono due punti da precisare. Il primo è che questa dimensione familiare di buona parte delle imprese italiane rappresenta un punto di forza del sistema economico nazionale. Sarebbe banale ricordare che siamo anche un popolo di “inventori”, di persone alle quali un giorno viene l’illuminazione e riescono a trasformare una piccola azienda in un gruppo a dimensioni globali ed in grado di competere ed affermarsi contro concorrenti già presenti sui mercati internazionali ma ai quali manca la tipica creatività italiana.
Il secondo punto che S&P non ha sufficientemente evidenziato è che le banche italiane hanno smesso di fare credito nonostante i 260 miliardi di euro ricevuti sotto forma di prestito triennale dalla Banca centrale europea. Prestiti al modico tasso di interesse dell’1% che le banche avrebbero dovuto utilizzare, questo a parole voleva la Bce, per tornare a fare credito alle imprese e alle famiglie. Soldi utilizzati invece per ricapitalizzarsi e per rifarsi dalle perdite originate da investimenti sbagliati e da vere e proprie speculazioni andate a male. La stretta creditizia è causata quindi dalla volontà delle banche di non esporsi nell’economia reale dopo averlo troppo fatto in quella virtuale. Ed è sconfortante prendere atto che anche S&P sottolinea che le banche avranno bisogno di altri soldi per rimettersi in sesto. Questo significa che la situazione è molto peggiore di quanto si pensasse.
Fonte: www.rinascita.eu