" Soldi sauditi a Ca’ Foscari " di Guido Moltedo
Manal al Sharif, 32 anni, è stata fermata domenica scorsa e posta agli arresti per cinque giorni a Dammam, nella parte occidentale dell’Arabia Saudita. Il reato? Aver turbato l’ordine ed eccitato l’opinione pubblica guidando l’automobile e dando ampia pubblicità a questa sua sfida attraverso Facebook e Twitter.
Già, perché in Arabia Saudita è vietato alle donne guidare, oltre che votare. E Manal è alla testa di un movimento che ha già raccolto dodicimila adesioni nella Rete al raduno indetto il 17 giugno proprio per il diritto delle donne a guidare. Il regime, l’unico finora che non sia stato investito dalla Primavera araba, vede in questo movimento il germe di una pericolosa rivolta come quelle che stanno spazzando via vecchi e nuovi rais, dalla Tunisia alla Siria.
Quella stessa domenica si leggeva sul Gazzettino che Ca’ Foscari ha raggiunto un’intesa con un’istituzione saudita. Non un semplice accordo di collaborazione accademica, ma un lauto finanziamento – quattrocentomila euro – alla neonata Scuola di relazioni internazionali, fiore all’occhiello dell’università veneziana guidata da Carlo Carraro.
In più, s’apprendeva che Abdel Aziz Sager, fondatore e presidente del Gulf Research Center – il pensatoio elargitore del finanziamento con sede a Dubai e uffici a Jeddah, Ginevra e Cambridge – sarebbe stato accolto come membro onorario nel corpo accademico dell’ateneo.
Il Gazzettino scriveva che l’iniziativa «avrebbe suscitato più di un mugugno anche in seno all’ateneo». Se si tratta solo di qualche «mugugno», è andata di lusso per l’università di Venezia.
In altri tempi o, di questi tempi, altrove, ci sarebbe stata una sollevazione. L’Arabia Saudita è tra i paesi con gli indici negativi più elevati sul pianeta in fatto di diritti umani calpestati e di regole democratiche elementari violate.
Si trattasse di una partnership accademica tra diverse altre, nessuno scandalo. Ma legare la nascita e la sorte di una scuola di relazioni internazionali a un’emanazione culturale di un regime feudale e brutale, che nega il diritto di voto alle donne, che vieta loro perfino l’idea di guidare l’automobile, è una scelta strategica. E tutto questo mentre il dispotismo dell’intera regione è contestato da una sollevazione democratica, pacifica, di popolo.
Al Gazzettino, il responsabile della scuola, Matteo Lagrenzi, spiega che il finanziamento non arriva direttamente dall’Arabia, ma è erogato da una fondazione che ha sede a Ginevra. Insomma, c’è una triangolazione che evita l’imbarazzo. Ma davvero lo evita, o non è la classica pezza d’ipocrisia peggiore del buco?
Venezia ha una storia di relazioni con l’Oriente, vicino e lontano. Per conservare il prestigio storico e per rinnovarlo, dovrebbe osservare con grande attenzione i risvolti anche simbolici di operazioni rivolte a quel mondo. Non si può pensare di fare cassa, sorvolando sulle implicazioni di certe iniziative, solo perché oggi le università devono trovare il modo di autofinanziarsi, specie se vogliono espandersi e irrobustirsi in un ambiente sempre più competitivo a livello globale, com’è oggi quello accademico.
Ma proprio per questa ragione, bisogna chiedersi come risuona un’iniziativa del genere non in un paese come il nostro ipnotizzato dalla sua autorefenzialità ma nel mondo più vasto, e in quello arabo e islamico nella fattispecie. Peraltro tutto questo non interessa una singola istituzione veneziana, ma l’intero “sistema Venezia” di cui Ca’ Foscari è parte e dentro il quale dovrebbe agire responsabilmente. ( Fonte: http://www.ilmondodiannibale.it)