" Oltre l'euro. La sfida delle monete locali " di Francesco Cancellato
Una delle storiche battaglie di Beppe Grillo e del suo movimento è quella contro il cosiddetto “signoraggio”, ossia l’insieme dei redditi che chi emette moneta ricava da tale attività. Nel nostro caso, la Banca Centrale Europea che conia l’Euro. A proposito di Euro, sono circa 600 milioni quelli che il Comune di Parma deve risarcire ai suoi creditori, prevalentemente banche. Comune di Parma che, da due settimane circa, ha come nuovo Sindaco proprio un esponente del MoVimento 5 Stelle fondato da Grillo, il giovane consulente informatico Federico Pizzarotti. Che tutti attendono al varco soprattutto in relazione alla gestione di tale gigantesco debito, lasciatogli in eredità dalle catastrofiche Giunte di centrodestra guidate da Ubaldi prima e Vignali poi. Come si chiude il cerchio? Nei giorni scorsi è circolata un’ipotesi - smentita subito dallo stesso Pizzarotti, va detto - che avrebbe del clamoroso. Quella, cioè, che vorrebbe il Comune di Parma coniare una propria valuta locale da far circolare in città. E’ un’idea - va detto anche questo - che ai più è sembrata impercorribile, antistorica, paradossale, comunque inutile. Eppure, è una strada che, se si butta l’occhio fuori dall’Italia, è già stata percorsa, anche con discreto successo, da diverse realtà locali. Un’idea, insomma, che forse non risolverebbe il problema di Parma con le banche creditrici. Ma che, in molti casi, è stata in grado di dare nuova linfa a economie territoriali asfittiche. Vediamo dove, come e perchè.
Nate per essere scambiate
Una piccola precisazione iniziale. La moneta, storicamente, riveste tre funzioni: è innanzitutto una merce che passa di mano in mano; una merce speciale, però, in quanto serve come unità di conto per dare un prezzo a tutte le altre merci; è infine una riserva di valore, che si può sottrarre alla libera circolazione, investendola o risparmiandola per il futuro. Tutto questo per dire che ciò che distingue le monete locali da valute come Euro e Dollaro sta nel loro non essere riserve di valore. Con le monete locali, per farla più semplice, non si può speculare sui tassi d’interesse o sui tassi di cambio, né si possono investire in beni come case, azioni o obbligazioni. Le monete locali sono tutte moneta circolante, esistono per essere scambiate. Dagli anni ’80 ad oggi, si stima che siano state sviluppate circa 5000 valute locali in almeno 50 Paesi del mondo. I modelli di sviluppo sperimentati sono molteplici: si va da banconote reali messe in circolazione, a transazioni eseguibili solamente online; da economie fondate sullo scambio del tempo o sul baratto a valute che hanno addittura un appoggio bancario.
All’estero
Una ricerca del professor Ed Collom dell’Università Southern Maine ha dimostrato che le monete locali nascono prevalentemente in contesti a rischio d’impoverimento. Ne sanno qualcosa i commercianti della città inglese di Bristol, che hanno coinvolto il Comune e la banca locale Bristol Credit Union a creare una moneta locale che vale quanto la Sterlina e che si può spendere negli oltre cento negozi e aziende che l’accettano. Ovviamente, per chi compra in Bristol Pound ci sono sconti sostanziosi. Un altro esperimento è quello del Chiemgauer bavarese, nato nel 2003 dall’idea di un professore scolastico e diventata oggi una moneta usata da oltre tremila utenti. La particolarità del Chiemgauer è il suo essere una moneta a deprezzamento, che perde il 2% del valore ogni tre mesi. Una sorta di cerino da scambiare il più velocemente possibile, se non si vuole che rimanga nelle proprie mani. Ben più vasto è il circuito del Wir svizzero, creato da 18 imprenditori durante la crisi del ’29 e utilizzato oggi da oltre 80mila aziende e da ancor più cittadini. Il Wir è di fatto una valuta virtuale, senza banconote. Si comprano Wir, si depositano in un conto e si possono solo scambiare con chi li accetta. Non si può prelevare liquidità dal conto, né tramutare i Wir in Franchi. Il sistema Wir ha sede a Basilea, sette uffici regionali e 110 dipendenti. Poi c’è il Res belga, nata nel 1996 e usata oggi da circa 5mila esercizi commerciali e 10mila consumatori. Gli scambi avvengono con delle specie di bancomat ricaricabili. Un Res vale un Euro, ma ad ogni ricarica viene dato un bonus del 10% e ogni amico presentato vale 10 Res in più. Poi ci sono gli Ithaca Hours (IH) coniati nel 1991 dall’economista americano Paul Glover. 1 IH vale 10 Dollari, la paga oraria media di un lavoratore americano. Ed in effetti sono ore di lavoro quelle che ci si dovrebbe scambiare. Nella realtà invece, ci si scambia di tutto. E gli esercizi aderenti nella comunità di Ithaca, città di circa 30mila abitanti nello stato di New York sono ormai oltre 500.
In Italia
Pizzarotti non è il primo ad aver pensato a valute alternative in Italia. In Sardegna c’è il Sardex, ad esempio, creato da quattro ragazzi originari di Serramanna, un paese tra Cagliari e Oristano, durante le loro peregrinazioni studentesche e lavorative in giro per l’Europa. Il Sardex funziona “come una camera di compensazione di crediti e debiti”, spiegano. Quando un’azienda entra nel circuito le vengono assegnati dei Sardex, una specie di fido bancario senza interessi. Che corrisponde all’importo di beni e servizi che ciascuno è disposto a vendere e a comprare nel network. Entro dodici mesi, quella posizione va pareggiata: se una azienda è in difficoltà si muovono tutte le altre e se proprio è impossibile tornare in pareggio - ma non è ancora mai accaduto - la posizione viene saldata in Euro. Roba locale, certo. Ma nel frattempo i dirigenti della Banca Centrale dell’Ecuador sono stati qualche giorno a Serramanna per imparare. E recentemente sono arrivati i soldi (in Euro) di un venture capital per sviluppare il progetto con obiettivo stratosferico: in dieci anni transare il 10% dell’economia sarda, due miliardi e rotti di Euro. Ben più diffuso è però l’arcipelago Scec (acronimo “sbagliato” di Solidarietà ChE Cammina), una valuta nata a Napoli nel maggio del 2007. Lo Scec è a tutti gli effetti un buono sconto che si utilizza in parallelo agli Euro negli esercizi aderenti. Esempio pratico: voglio comprare un paio di scarpe e ho in mano 100 Euro e 10 Scec. Entro in un negozio aderente al circuito e scelgo un paio di scarpe che costano 100 Euro. Invece che il loro prezzo in Euro, pago le scarpe 90 Euro e 10 Scec. I miei Scec passano di mano al commerciante di scarpe, che le userà in un’altra sua transazione. In pratica, gli Scec servono ad ancorare la ricchezza al territorio, in opposizione, soprattutto, alla grande distribuzione organizzata. Diverse valute locali sono entrate progressivamente a far parte dell’Arcipelago Scec: l’Ecoroma, il Tau toscano, il Thyrus ternano e altre realtà territoriali lombarde, venete, calabresi hanno aderito a tale progetto. Altre valute locali nasceranno probabilmente nei prossimi mesi, come ad esempio il Dropis. Lo stanno realizzando due giovani italiani, Sebastiano Scrofina e Dario Perna che sognano una moneta rivoluzionaria, senza gerarchie, in cui ognuno è banca centrale di se stesso: “Sarà lo Skype delle banche”, sogna Scrofina, forte del recente sostegno di due investitori storici del mondo internet italiano. Il Dropis funzionerà così: chiunque voglia vendere qualcosa in rete, si assegna via Internet dei Dropis pari al prezzo che vuole incassare. “I Dropis sono baratti di promesse” spiega Scrofina. Che valore hanno? “Quello che uno gli vorrà riconoscere. Quei soldi sono garantiti dai beni o servizi disponibili e sono subito spendibili in rete per chi li vuole accettare”. Scrofina e Perna, così come il neo Sindaco Pizzarotti, sono stimolati dal lavoro di due “eretici” professori dell’Università Bocconi, Massimo Amato e Luca Fantacci che da tempo sostengono che l’unico modo per salvare l’Euro è quello di affiancarvi monete locali, affinché l’Euro torni ad essere, semplicemente, “un mezzo di scambio per agevolare il commercio continentale”. E le economie locali possano “tornare ad avere una moneta adeguata e una reale autonomia politica”.
E a Lodi?
A Lodi, forse, la valuta locale potrebbe chiamarsi Fanfullino, o Barbarossa. Potrebbe essere usata dal Comune per pagare i suoi fornitori, che giocoforza sarebbero locali (o che dovrebbero poi spendere i loro “Fanfullini” sul territorio). Potrebbe essere utilizzata come meccanismo di sconto per i piccoli commercianti locali, consapevoli del fatto che più Fanfullini circolano, più la gente tornerà a comprare da loro. Potrebbe diventare un premio nei numerosi piccoli concorsi, lotterie, tombole che si organizzano ogni anno. Potrebbe servire ad artigiani e piccoli imprenditori locali per scambiarsi tempo (e servizi) senza dover necessariamente passare attraverso le banche. Potrebbe essere un modo per diminuire la quantità di denaro tenuto in banca - per chi se lo può permettere, ovviamente - e aumentare la quantità di denaro circolante. E poi, potrebbe estendersi o fondersi con esperienze analoghe in realtà limitrofe, accrescendo il suo potenziale. Un’utopia? Forse. Ma più passa il tempo, più si fa concreta. Del resto, per andare a comprare acciaio a Londra serve una monetaaereo. Ma per andare a fare la spesa dietro casa, basta una moneta-bicicletta.
Fonte: La Tribuna di Lodi