" NELLO SCONTRO SULLA FIAT RITORNA IL SINDACATO DELL'ANTICAPITALISMO" DI GIUSEPPE TURANI

Pubblicato il da borsaforextradingfinanza

Come accade quasi sempre in Italia, intorno a una questione molto semplice, quasi elementare, tipo la vicenda di Mirafiori, che col referendum ha visto prevalere anche se di misura il sì dei dipendenti ai piani di rilancio aziendale, si è scatenato un dibattito enorme, forse senza senso. Da una parte c'è l'amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, che per tenere in vita lo stabilimento di Mirafiori (a Torino, cuore e culla, si diceva una volta, della classe operaia italiana) si è dichiarato disposto a investire un miliardo di euro e ad "importare" alcune produzioni dall'America. Dall'altra parte, c'è la Fiom (i metalmeccanici della Cgil) che si oppone. Non nel senso che non vuole l'investimento, ma nel senso che non vuole le nuove regole dettate dallo stesso Marchionne (più rigide e più severe di quelle attuali).
Marchionne, a sua volta, ha risposto che non c'è dibattito (ma in Italia si fa lo stesso): o si accettano le sue condizioni o l'investimento va a farlo da un'altra parte. E chi non firma il "suo" accordo (per ora solo la Fiom è su questa posizione) non avrà rappresentanza in fabbrica. Apriti cielo.
In realtà, la questione è elementare. Oggi mettere in piedi catene di montaggio per fare delle auto costa moltissimo (un miliardo di euro) e quindi occorre che, dopo, la catena funzioni senza distorsioni, senza interruzioni pretestuose, o altro. La verità è che fabbriche di automobili non avrebbero più senso in Europa o in America (dove esistono condizioni di vita evolute). Solo che tutti, dai governi ai sindacati, tengono moltissimo a queste fabbriche perché sono a alta intensità di lavoro (probabilmente le ultime, visto che nella chimica o nell'elettronica ci sono pochi lavoratori), occupano cioè migliaia di operai (e quindi distribuiscono migliaia di stipendi).
La condizione, però, come giustamente sostiene Marchionne è che i sindacati (e i lavoratori) si impegnino a rispettare "la catena", insomma a farla funzionare. In caso contrario, non ha senso smuovere un miliardo di euro per vedere poi che tutto si ferma (magari per solidarietà con qualche giustissima causa, ce ne sono tante in questo mondo tormentato).
Insomma, niente di straordinario: se si vuole la catena, la catena è un lavoro duro (non è un pranzo di gala, direbbe il presidente Mao). Si può rifiutare la catena, ma non esiste un'altra catena: è quella cosa lì, faticosa, noiosa, brutta, antipatica.
Ma allora quelli della Fiom (che cercano di opporsi alle nuove regole) sono matti? Visionari? No. Semplicemente sono gli eredi della loro storia. Che è una storia gloriosa, ma sempre rigorosamente anti-capitalista. Il "padrone" va sempre contrastato, qualunque cosa faccia. Questa tendenza, che sta nel Dna della Fiom, in questo momento viene accentuata da un fatto preciso. In Italia, come nel resto del mondo, le posizioni di questo genere stanno diventando molto minoritarie. Il dibattito non è più pro o contro il capitalismo, ma semmai su "quale" capitalismo, con quali ammortizzatori, con quali garanzie, ecc.
Da qui lo scontro durissimo fra Marchionne e la Fiom (che va contro anche agli altri sindacati). Da una parte abbiamo l'accettazione delle regole (dure e severe) della produzione capitalistica (peraltro già in vigore in altri settori produttivi). Mentre dall'altra parte, la Fiom cerca di tenere aperto un discorso anti-capitalista che in Italia ha una lunghissima (e gloriosa, per certi versi) tradizione. Il risultato è una lotta pesante contro l'unico soggetto che in questo momento vuole investire un miliardo in Italia. Un risultato assurdo. (Fonte: www.caffe.ch)

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