Nel Pdl regnano lo sconforto e l`indecisione - di Matteo Mascia
“Sono andato alla manifestazione di Milano controvoglia. Non sono convinto che la scelta fatta sia quella giusta, avrei preferito un partito pronto a dare battaglia in Aula piuttosto che di fronte all'ingresso di un tribunale”, queste le parole con cui un senatore del Pdl descrive a Rinascita quanto accaduto pochi giorni fa nel capoluogo lombardo.
L'atmosfera che si respira tra i ranghi del principale partito del centrodestra non è armoniosa. Dietro le dichiarazioni urlate delle “amazzoni” ci sono le riserve e le perplessità di chi interpreta in modo diametralmente opposto il mandato incassato dagli elettori. Deputati e senatori che non si sarebbero mai sognati di vedere due ex ministri della Giustizia manifestare sotto le finestre di un Tribunale. Eppure, tutto questo è stato accolto con una certa naturalezza. I comunicati stampa dei fedelissimi sono ancora carichi di attacchi alla magistratura e, in particolare, alla procura di Milano. Ufficio giudiziario responsabile di essere stato particolarmente zelante nei confronti di Silvio Berlusconi. Si levano voci critiche anche riguardo alla visita al Qurinale di Alfano, Cicchitto e Gasparri.
Solo un illuso si poteva augurare una presa di posizione netta di Giorgio Napolitano, capo dello Stato che ricopre anche l'incarico di presidente del Consiglio superiore della magistratura. Il Cavaliere lo aveva già confessato qualche giorno fa ai suoi più stretti collaboratori: “Ho l'impressione che il partito non stia facendo abbastanza per me. Mi sento abbandonato”. Paure legittime se si considerano le dichiarazioni raccolte in maniera confidenziale. Le massime cariche del partito hanno capito di poter correre un grosso rischio: quello di diventare ininfluenti nelle consultazioni o nella contesa per l'elezione del nuovo inquilino del Colle. Nei dibattiti tra Partito democratico e Movimento 5 stelle nessuno si azzarda a proporre un dialogo aperto al centrodestra. Si liquida tutto con i problemi giudiziari del suo Presidente e con le “dichiarazioni eversive” delle sue deputate più fedeli. Sembra passata un'eternità dalle ultime settimane della campagna elettorale. Allora era Berlusconi a dettare l'agenda e tutti i movimenti – Grillo escluso – dovevano rincorrerlo per controbattere alle sue proposte.
Una strategia che ha permesso al Pdl di limitare la (incredibile) perdita di preferenze ed arrivare a centoventimila voti da un insperato successo. Ad un paio di giorni dalla chiusura delle urne, il partito è diventato incapace di brillare di luce propria. Azzerate le proposte, azzerata la passione. Ha fatto capolino solo qualche coraggioso desideroso di trovare un accordo con il Pd e Sel, una chimera destinata comunque a frequentare l'immaginario di una legislatura in grado di riservare svariate turbolenze. Lo scontro dialettico con il Pd finisce poi per far diventare ridicole le riserve avanzate da alcuni eletti del Pdl. Proprio ieri, Laura Ravetto si permetteva di segnalare come il centrosinistra stesse cercando di raggiungere un accordo con un Movimento desideroso di “voler uscire dall'Euro”.
Una cosa incompatibile per l'ultras berlusconiana, peccato che lo stesso Cavaliere abbia più volte chiesto di rivedere la normativa comunitaria ed abbia persino proposto di restituire alle banche centrali la facoltà di stampare moneta. Proposte che – almeno secondo Ravetto – dovevano servire solo a fare un po' di rumore per attirare qualche voto in più, lei non si dissocerà mai dalla cerchia di “europeisti di stretta osservanza”. Meglio difendere l'Euro piuttosto che cercare un dialogo costruttivo con gli altri attori politici. Anche Fabrizio Cicchitto sembra essere piuttosto confuso ed indeciso. Avrebbe manifestato tutti i suoi rimpianti relativi agli ultimi sedici mesi di legislatura periodo in cui il suo partito avrebbe potuto giocare una partita radicalmente diversa.
L'appoggio al governo tecnico rischiava di essere esiziale per i reduci dall'esperienza forzista. Le dimissioni di Silvio Berlusconi nel novembre 2011 stanno oggi riassumendo i connotati più appropriati: un incredibile errore politico compiuto da un presidente del Consiglio troppo debole per rispondere all'assalto della finanza speculativa. Un'uscita di scena poco gloriosa a cui si è aggiunto un atteggiamento acritico nei confronti di Monti. Vi ricordate?
Inizialmente c'era chi sbandierava la vicinanza del bocconiano al Berlusconi del '94. Uno spirito che difficilmente verrà ritrovato; allora Fininvest tifava per i giudici di Milano.
Fonte: www.rinascita.it