Nel mondo del crimine - di Roberto Vacca

Pubblicato il da borsaforextradingfinanza

http://ts4.mm.bing.net/th?id=H.4583611759855735&pid=15.1“ Where have all  the burglars gone?”. E cioè: “Dove sono andati a finire tutti i ladri?”, titola l’Economist del 26 luglio scorso, parafrasando la vecchia canzone sui giovani morti in guerra (“Where have all  the flowers gone?”). L’articolo cita dati globali relativi a 67 Paesi (ma più in dettaglio riferiti a Stati Uniti e Inghilterra) dal 1995 al 2010 per dimostrare che i furti di veicoli si sono dimezzati, gli omicidi diminuiti del 30% e le rapine del 20%. Si chiede perché ci sia questo calo (e riferisco più avanti le ipotesi che formula), ma dispiace che un gionale serio e informato come The Economist (ce ne fossero ovunque altri di quel livello) discuta ipotesi peregrine, e ignori i dati statistici relativi a tutto il XX secolo disponibili per tutti.
È vero che gli omicidi negli Stati Uniti sono diminuiti del 30% dal 1990. Questa flessione, però, è solo la coda di un processo periodico che si è svolto negli ultimi 110 anni. Il diagramma  in basso mostra il numero annuale di omicidi  negli Usa per ogni 100.000 abitanti. Nel 1900 ce n’erano 3 ogni 100.000 abitanti. Crebbero fino a un massimo di 9,7 nel 1933, poi calarono a 4,8 dal 1950 al 1965. Crebbero fino a 10,2 nel 1980 e diminuirono di nuovo a 4,8 nel 2011.
Il primo a riconoscere e tentare di analizzare questo processo fu Cesare Marchetti (che riportò la sua teoria su “Dying in Tune, On Economic Cycles, Homicides, Suicides and their Modes”, September 1983, ma si può vedere anche il sito: www.cesaremarchetti.org).
Ed ecco le ipotesi dell’Economist sulla diminuzione dei reati.
1. Diminuzione del numero di cittadini fra i 16 e i 24 anni (responsabili della maggioranza dei reati)
2. Aumento della popolazione carceraria; chi sta dentro non commette reati
3. Maggiore efficienza della polizia (a New York e Los Angeles, merito di Bill Bratton, capo della polizia in entrambe le città)
4. Controlli speciali della polizia negli “hot spot”: i luoghi delle città in cui i reati violenti erano più frequenti
5. Tendenze sociali che hanno reso i giovani meno dediti all’alcol e più educati
6. Diminuzione dell’uso epidemico di crack e cocaina
7. Ripopolamento delle aree centrali delle città
8. Maggiori investimenti in sicurezza di banche, uso di veicoli portavalori e negozi più sicuri
9. Diminuzione dei furti di auto a causa del miglioramento degli antifurto e del fatto che molti giovani sfogano le loro velleità criminali impegnandosi nel videogioco “Grand Theft Auto”, invece di rubare davvero le auto.
Si vede bene che queste nove spiegazioni sono folcloristiche o “acchiappate per aria”.  Oggi che si parla tanto di Big Data – la disponibilità di una immane mole di dati singoli registrati su milioni di computer – occorre ripetere che per capire quello che sta succedendo bisogna analizzare i dati giusti e non solo brevi dei database. Bisogna anche ragionare bene sui rapporti fra cause ed effetti. L’idea che il numero dei reati violenti sia influenzato dall’andamento dell’economia, sembra ragionevole a prima vista. Però il picco di omicidi negli Usa nel 1933, in piena crisi, non ha trovato riscontro nel 2008, ma lo trovò nel 1980 quando le cose non andavano tanto malaccio.
La media mondiale è di 6,9 omicidi all’anno per ogni 100.000 abitanti. I massimi si registrano nelle Americhe e in Africa. Ha valori molto più alti - e molto più bassi - in altri Paesi  tabella in alto con i dati United Nations Office on Drugs and Crime). Alcuni numeri sono inaspettati. La Groenlandia due volte più violenta della Russia. La Francia due volte più violenta dell’Italia, malgrado la  sua famosa criminalità organizzata.
Le statistiche svizzere sono incerte. Sembra che i vari cantoni seguano criteri diversi e incompatibili, per cui non c’è una base dati accettata da tutti. Alcuni giornali hanno registrato un forte aumento di furti e rapine, commessi soprattutto da bande transfrontaliere. Si trovano in rete dati relativi all’ultimo quarto di secolo che darebbero numeri annuali di omicidi (per 100.000 abitanti) variabili da 1,4 a 2,5 – cioè da due a tre volte più alti delle cifre Onu. Il criminologo Olivier Guériat capo della polizia del canton Jura asserisce che il numero di omicidi in Svizzera è al minimo degli ultimi 30 anni, ma insiste che si debbano unificare i criteri di rilevazione e valutare la qualità dei dati. L’argomento è convincente. Dall’Inghilterra, all’Europa, agli Usa dovremmo tutti raccogliere dati numerici affidabili, rifletterci in modo ragionevole e inventare buone misure socio-culturali.
Fonte: http://www.caffe.ch/publisher/roberto_vacca/section/

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