" Le politiche economiche durante la crisi" di Pietro Monsurrò
Data la gravità della crisi, le autorità politiche le hanno provate tutte, al di qua e al di là dell’Atlantico. Risultati, pochi, ma nel breve termine la crisi è stata meno grave di quanto sarebbe stata: il problema è che nessuno ha fatto qualcosa per risolvere i problemi strutturali delle economie, che anzi sono ulteriormente peggiorati, o, se sono migliorati, lo sono stati nonostante gli interventi pubblici.
Si è cercato di risolvere la crisi con strumenti fiscali, cioè tramite deficit e debito. Come si pensava di poter risolvere una crisi strutturale stimolando la “domanda aggregata” è un mistero, ma l’economia keynesiana è una sorta di religione ed è inutile ragionarci sopra. I risultati finora sono stati un aumento dei debiti pubblici, pericoli di default per varie economie europee, e problemi di credibilità notevoli per l’economia americana, che senza crediti cinesi non andrebbe da nessuna parte ormai da oltre un decennio, ma che potrebbe non essere più un safe heaven per gli investimenti in futuro, soprattutto se parte l'inflazione.
Si è cercato di risolverla con strumenti monetari, ma con i tassi di interesse già troppo bassi c’era poco da tagliare, e dunque c’era poco da regalare alle banche consentendo loro di indebitarsi a tassi ancora inferiori. Inoltre, l’economia era così deteriorata che aiutare le banche in questo modo non era sufficiente a convincerle a non ridurre i loro prestiti.
Si è cercato allora di migliorare le condizioni delle banche tramite aiuti diretti (ricapitalizzazioni) o indiretti (interessi sulle riserve, tagli ai tassi di interesse, supporto ai mercati interbancari anche a lunga scadenza, aiuti ai creditori delle banche). Le si è protette dalla realtà impedendo ai mercati di scommettere contro le banche allo scoperto, cosa che di fatto non permette ai mercati di far scendere i titoli sopravvalutati. Si sono protetti poi i mercati finanziari che non potevano più contare sulle banche, come i fondi monetari e alcuni canali di cartolarizzazione dei debiti, come ad esempio quelli per i prestiti automobilistici.
Si è quindi creata una quantità di azzardo morale che non si era mai vista prima, confermando il fatto che l’essenza stessa dei mercati finanziari è che i profitti sono privati e le perdite sono del contribuente. I mercati finanziari non sono mercati: sul mercato ci sono perdite (private) e fallimenti, ma nei mercati finanziari questi sono limitati, o addirittura impediti (come nel caso di istituzioni “too big to fail”). Come fa uno pseudo-mercato del genere a funzionare? Si è interrotto il processo di mercato perché dopo decenni di boom insostenibile quello che il processo di mercato aveva da rivelare non era poi tanto bello. Ci si illude dunque che a chiudere gli occhi la realtà diventi più piacevole: i nostri politici e tecnocrati non sanno pensare a nulla di più intelligente.
Rispetto all’apice della crisi molte politiche sperimentali, come la lunga lista di strumenti speciali creati dalla Federal Reserve, sono state ritirate, e oggi si punta tutto sul debito e sul “quantitative easing”, che consiste nel mettere nei conti della Federal Reserve tutti rifiuti dei mercati finanziari, per salvare i loro produttori dalle esalazioni tossiche.
Per uscire dalla crisi si sarebbe dovuto ridurre i consumi, l’indebitamento, l’asimmetria di scadenze, la leva finanziaria, l’esposizione al rischio, i debiti pubblici. Si è fatto il contrario nel timore che questo nel breve termine avrebbe aggravato la crisi. Sono passati quattro anni, e queste politiche miopi non hanno avuto alcuna efficacia nel farci uscire dalla crisi, che continuerà probabilmente ancora per diversi anni.
Ogni tanto però si vedono delle notizie positive: le banche europee hanno meno leva, e cominciano a liberarsi di alcuni rifiuti tossici come i titoli greci. Questo porterà ad un’uscita dalla crisi, ma non nel breve termine. Bisogna sperare che le autorità non interrompano questo processo di riequilibrio, che sarà però doloroso.
Con ogni probabilità, ci aspettano ancora diversi anni di stagnazione, con possibili ricadute in recessione: i vostri risparmi non renderanno nulla, e i mercati azionari saranno in altalena, dunque addio fondi pensione, il mercato del lavoro non tirerà e i conti pubblici saranno sempre più insostenibili, provocando una riduzione delle promesse dello Stato sociale, che si riveleranno non finanziabili. Come direbbe qualcuno: "un gran bel ca$$o di capolavoro". ( Fonte: www.linkiesta.it/ blog)