Le banche cinesi stentano all’estero
Gli sforzi effettuati dalla Cina per estendere il raggio d’azione delle proprie banche all’estero ha prodotto fino ad oggi effetti solamente limitati. E costi molto alti: per questo la strategia della nazione asiatica è sempre più oggetto di critiche. Negli ultimi anni, stimolati da profitti da record - in netto contrasto con l’andamento delle industrie bancarie occidentali - e da una crescita esponenziale delle riserve di capitale, colossi come la Industrial and Commercial Bank of China (ICBC) o Bank of China hanno cercato di rafforzare la loro presenza al di là dei confini della seconda economia del mondo, a suon di acquisizioni e sottoscrizioni di partenariati. La maggior parte dei quali, però, si è rivelata costituita da avventure inutili o rischiose.
ICBC, principale banca cinese, ha annunciato ad esempio la scorsa settimana di aver ottenuto l’autorizzazione per aprire una propria succursale a Bombay, diventando in tal modo il primo istituto di credito cinese ad entrare nel mercato indiano. Nello scorso gennaio, invece, aveva acquisito l’80% delle attività di Bank of East Asia negli Stati Uniti; risale a tre anni fa, poi, l’ingresso nel capitale di Standard Bank Group, prima realtà in Africa, della quale ha “scalato” il 20%, con un’operazione da 5,6 miliardi di dollari. Senza contare l’apertura di cinque filiali in Europa e l’imminente avvio di business in Perù. Per tutto ciò il presidente Jiang Jianqing ha annunciato che il gruppo conta di realizzare il 10% dei propri profitti all’estero di qui al 2016 (contro l’attuale 4%). Ancor più radicata fuori dalla Cina è Bank of China, che possiede una rete di 711 agenzie straniere (l’ultima aperta poche settimane fa in Cambogia).
Ma le banche del colosso asiatico non sembrano riuscire ad andare incontro alle esigenze dei clienti. Piuttosto si concentrano su grandi operazioni e sul tentativo di imporre all’estero lo yuan come valuta di scambio nelle transazioni finanziarie. Eppure gli istituti cinesi potrebbero già contare su «un mercato fantastico ed enorme, in gran parte inesplorato», ha spiegato all’agenzia Reuters Charles-Everard de T'Serclaes, di JPMorgan. «Andare a Londra o New York è più che altro un fatto di prestigio», ha constatato Michael Pettis, docente di Finanza all’università di Pechino. Anche al governo di Wen Jiabao il problema comincia a far porre delle domande: segno che la strategia potrebbe cambiare nel prossimo futuro. ( Fonte: www.valori.it)