" La Strategia dei Fatti " di Jeffrey Pfeffer, Robert I. Sutton
Non c'è niente di male nell'imparare dagli altri.
Anzi: l'esperienza indiretta, insieme a quella diretta, è un'importante fonte di informazioni che individui e aziende utilizzano per trovare la loro strada nel mercato. Dopotutto, imparare a partire dagli errori e dagli inconvenienti così come dai successi altrui è molto più facile ed economico che affrontare ogni sfida di management come se fosse nuova.
Il problema, semmai, nasce quando questo confronto viene effettuato con criteri "casuali" o, ancora più grave, quando slogan come "nelle migliori aziende lavorano solo i migliori" o "i grandi leader esercitano un controllo totale sulle loro aziende" diventano dogmi assoluti che vengono applicati a ogni decisione, a ogni programma e a ogni procedura, solo perché qualcuno, in un'altra azienda, lo ha già fatto.
Affermazioni come queste, ritenute esempi di grande saggezza, risultano alla prova dei fatti incomplete e prive di lungimiranza imprenditoriale, e finiscono per provocare danni irreparabili alle società, alle carriere dei manager e alla fiducia dei dipendenti.
Dopo aver studiato per due anni le maggiori multinazionali americane, Jeffrey Pfeffer e Robert I. Sutton hanno raccolto i risultati in un libro che sta rivoluzionando le scelte di una generazione d'imprenditori.
Basta con le "verità acquisite", dunque, e guardiamo al futuro solo attraverso l'analisi di tutto ciò che è tangibile: risultati, errori, organizzazione, concorrenza.
Robert I. Sutton è titolare a Stanford della cattedra di tecnica aziendale innovativa. Laureatosi in psicologia applicata al posto di lavoro, ha creato lo Stanford Technology Venture Program (STVP), mirato al pensiero lineare e multidisciplinare all’interno del marketing. E’ o è stato consulente per le maggiori aziende americane ed europee, dalla Pepsi alla Nokia, dalla Nike all’IBM. Autore di altri best-seller (già sotto contratto per Elliot Edizioni), ha rinunciato a pubblicare il suo ultimo libro con la prestigiosissima Harvard University Press perché i responsabili editoriali non gradivano il termine “stronzo” (che poi è stato addirittura censurato sulla classifica del New York Times!).
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