L’Italia da anni è priva di una politica industriale - di Andrea Angelini
La gravissima crisi economica che l’Italia sta attraversando dipende certamente da una recessione senza precedenti ma è anche la conseguenza della mancanza di una seria politica industriale. Negli ultimi 20 anni i governi si sono caratterizzati per la loro assenza. E questo si è verificato nonostante che due dei governi in carica fossero guidati da un Romano Prodi che, prima di presiedere l’IRI e di darsi alla politica, era conosciuto come professore universitario di economia e politica industriale.
Il copione al quale si è assistito in questi anni è stato invece quello di una generale smobilitazione che ha avuto il suo punto di partenza nell’avvio del processo di smantellamento dell’industria pubblica. Un processo iniziato all’inizio degli anni novanta, in concomitanza con i fenomeni di Tangentopoli e Mani Pulite, non a caso favoriti dalle pressioni della finanza anglo-americana e da qualche manina di qualche servizio segreto italiano e straniero che fece arrivare alle procure diversi documenti sui quali basare le inchieste che spazzarono via la Prima Repubblica. E’ inutile nasconderselo. Senza la presenza attiva della mano pubblica, l’economia italiana ha finito per collassare su se stessa. Certo, in Italia ci sono migliaia e migliaia di piccole imprese industriali, capaci di investire sull’innovazione, crescere ed affermarsi sui mercati internazionali. Ma il collante che teneva in piedi tutta la baracca era l’esistenza di una diffusa e forte industria pubblica che con i propri investimenti fungeva da volano per gli investimenti privati. Un industria pubblica che attraverso l’IRI era presente in tutti i settori industriali e sicuramente sapeva essere attiva ed operativa e soprattutto sapeva macinare utili e conquistare sempre nuove fette di mercato. Una realtà che non poteva piacere ai nemici del nostro Paese che ben comprendevano come il ruolo attivo dell’Italia nel Mediterraneo dipendesse dal poter appoggiarsi sul sistema dell’industria politica. Non soltanto l’IRI ma anche l’ENI che, fin dai tempi di Enrico Mattei, funzionava come un vero e proprio Ministero degli Esteri. Una Farnesina bis sicuramente più presente e più efficiente dell’originale.
Lo smantellamento dell’industria pubblica ha coinvolto così la siderurgia, la chimica, la cantieristica navale, le telecomunicazioni e le società di costruzioni. Tra svendite ad aziende concorrenti estere, pure e semplici chiusure, si è gettato via un patrimonio tecnico e umano inestimabile. Si sono mandati a casa migliaia e migliaia di tecnici esperti, alcuni rimasti senza lavoro, altri che sono andati a rafforzare imprese straniere. Il tutto in nome dei principi del Libero Mercato globale all’interno del quale non ci dovrebbe essere posto per lo Stato imprenditore. Una idiozia concettuale che, purtroppo, è stata imposta all’Italia e che i politicanti della Seconda Repubblica, neo convertiti al Libero Mercato, sono stati ben entusiasti di fare passare. I risultati sono oggi sotto gli occhi di tutti. Il settore italiano dell’acciaio sta collassando, con l’Ilva di Taranto (l’ex Quarto Centro dell’Italsider) che è finita sull’orlo della chiusura. Il settore delle telecomunicazioni, l’ex Telecom pubblica in testa, finito sotto il controllo di operatori esteri. Aziende di costruzioni pubbliche come l’Italstat, autentici gioielli, vennero messe in liquidazione. Una svendita che poté essere realizzata per l’assenza di una classe politica degna di questo nome, dopo che la DC e il PSI erano stati spazzati via unitamente a dirigenti che avranno avuto pure molti difetti ma che comunque sapevano cosa significhi perseguire l’interesse nazionale dell’Italia. E sapevano soprattutto che l’industria pubblica resta fondamentale per sostenere l’intero sistema industriale.
Oggi all’Italia restano soltanto quote azionarie minoritarie di Fincantieri, Finmeccanica, Eni ed Enel che, in nome della golden share, ci permettono di indirizzarne la gestione e di poter avere uno straccio di politica estera autonoma, che non sia completamente condizionata da logiche atlantiche. Ma anche su tale questione, i tempi sono maturi per una svendita ai concorrenti esteri, con la scusa di abbattere il livello del disavanzo e del debito pubblici. Se a tale realtà aggiungiamo la variabile Fiat, potremo scorgere tutta la realtà del disastro in corso, visto che la società degli Agnelli ha avviato da anni la smobilitazione dell’auto dall’Italia con la chiusura delle fabbriche, tranne quelle della Ferrari e della Maserati e forse quella di Atessa dove si producono i motori che riforniranno le auto del nuovo gruppo che nascerà dalla fusione con la Chrysler. In altre parole, in conseguenza di questo processo di deindustrializzazione, l’Italia è destinata a trasformarsi progressivamente in un mercato di sbocco per i prodotti di altri Paesi. Una deriva della quale la politica italiota sembra non essersi resa minimamente conto.
Enrico Letta non ha potuto nascondere tutto il suo imbarazzo, seppure condito da buoni propositi, sostenendo che la politica industriale per un Paese come il nostro è fondamentale e dunque dobbiamo assolutamente riprendere questo tema. Si deve dare sostegno all'industria, ha ammesso il capo del governo. L’obiettivo è quello di arrivare al 2020 con una industria italiana che conta per il 20% all’interno del Prodotto interno lordo. Un po’ poco in verità ma, sostiene Letta, rappresenta un grande obiettivo per il nostro Paese sul quale si deve puntare e che deve essere messo alla base di politiche specifiche e mirate. Lo stesso decreto legge del “Fare”, nel campo della politica industriale, a suo avviso riprende e rivisita la vecchia ed efficace Legge Sabatini, che prevedeva agevolazioni e sgravi fiscali alle industrie per gli investimenti in nuovi macchinari. Ma con il sistema industriale che sta collassando, insidiato da una concorrenza estera basata su costi del lavoro molto più bassi del nostro, agevolazioni fiscali del genere avranno effetti a dir poco insignificanti.
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