L’Eurozona è a rischio implosione - di Andrea Perrone
La Germania tenta di rassicurare tutti sul futuro dell’Eurozona, ma i popoli europei dopo esser stati privati della loro sovranità e ridotti in miseria vivono costantemente sotto il tallone dell’usura internazionale.
A sottolineare che nessun Paese finirà fuori dalla moneta unica a causa della crisi è stato il cancelliere tedesco Angela Merkel, anche se – ha precisato – i problemi con l’euro non si sono ancora completamente risolti, ma “sarà un processo lungo composto da diverse tappe e interventi. Abbiamo già fatto dei progressi su questa strada, ma resta ancora molto da fare”.
Alla domanda sull’eventualità che la situazione economica possa deteriorarsi a tal punto da costringere un Paese a lasciare la zona euro, il cancelliere ha risposto in modo categorico: “No, non penso proprio”. “Abbiamo ancora bisogno di migliorare, tutti insieme, ma per far questo abbiamo bisogno dell’Europa nella sua totalità”, ha precisato. L’intervista della Merkel rilasciata all’agenzia tedesca Dpa è sembrata più che altro una buona trovata per tranquillizzare i mercati e i popoli europei. L’intervento della Bce ha invece sortito l’effetto di far volare in alto per un giorno o due gli indici delle borse europee. Un palliativo temporaneo poiché da domani la situazione potrebbe tornare ad essere di nuovo molto critica.
A tentare di rassicurare i mercati è stato soprattutto il primo ministro lusitano che ha annunciato senza concedere dettagli il raggiungimento di un accordo che assicurerà la sopravvivenza della coalizione di centrodestra al governo: “Abbiamo trovato una formula che ci permetterà di garantire al stabilità del governo”, ha dichiarato Pedro Passos Coelho, al termine di un colloquio con il presidente della Repubblica portoghese Anibal Cavaco Silva.
La grave crisi politica che da settimane destabilizza Lisbona, aggravata dalle dimissioni dei ministri delle Finanze e degli Esteri, ha preoccupato fortemente i mercati e i partner europei del Portogallo, che ha firmato un prestito ad usura da 78 miliardi di euro .
Ma i problemi non finiscono qui. Destano molta preoccupazione anche le vicende interne della Grecia per il ritmo lento con cui avviene il taglio al personale nelle imprese pubbliche imposto dalla troika dell’usura in grado di sollevare numerosi timori che la crisi dell’Eurozona possa essere sul punto di riprendere vigore e minacciare il futuro della moneta unica.
I mercati sono particolarmente nervosi e stanno spingendo verso l’alto il costo del debito in Portogallo, fino a raggiungere l’8 per cento, dopo che la coalizione di governo del premier Passos Coelho ha visto le dimissioni dei suoi ministri delle Finanze e degli Esteri nel corso della valutazione sui costi sociali ed economici delle misure di austerità. Ma soprattutto dopo aver visto che il raggiungimento degli obiettivi fissati è ancora lontano, anzi una chimera pagata a caro prezzo dal popolo lusitano costretto a subire misure di austerità senza precedenti.
Ma la posizione difficile in cui si dibatte Passos Coelho solleva dubbi sul fatto che Lisbona – fino a poco tempo elogiata per aver messo in atto una serie di misure di bilancio e di tagli molto difficili da far ingoiare al popolo lusitano – sia in grado di soddisfare le condizioni previste nel ricevere i 78 miliardi di euro del “piano di salvataggio” concordato nel 2011. Un piano dai costi troppo elevati per un’economia come quella lusitana che ha gettato il Paese nel caos con l’applicazione di misure iperliberiste e di privatizzazione ai danni della sovranità nazionale e dei meno abbienti. Misure che rischiano di far crollare l’ormai debole governo lusitano dopo che ha visto la rinuncia di due ministri e la minaccia di altri due di abbandonare il loro dicastero.
La relazione economica sul Portogallo pubblicata il mese scorso dal Fondo monetario internazionale – uno degli organismi della troika che ha concesso il prestito ad usura al Paese insieme alla Banca centrale europea e alla Commissione di Bruxelles – ha descritto la situazione come molto cupa. “I miglioramenti degli indicatori di competitività esterna rimangono limitati”, ha osservato sottolineando che “la ripresa economica si sta dimostrando sfuggente”. Il debito del Paese si prevede che raggiunga il 130% della produzione nazionale entro il 2015.
Nel frattempo, un altro Stato membro della zona euro, la Grecia sta vivendo momenti difficili per il futuro dei dipendenti del settore pubblico. Recentemente il governo di coalizione ha rischiato quasi di cadere a causa della chiusura dell’emittente pubblica, ERT. E intanto ha perso per strada uno dei suoi alleati, il partito Dimar della Sinistra democratica. Per questo l’esecutivo resta in bilico con soltanto tre deputati in più rispetto alla maggioranza in Parlamento.
Intanto i tecnocrati della troika internazionale continuano il loro operato. In questi giorni sono di nuovo ad Atene per controllare i progressi delle riforme tra le voci della prossima tranche di denaro che viene inviata in ritardo per valutare se le attività del governo di coalizione con a capo il premier conservatore Antonis Samaras stiano seguendo a menadito i diktat dei Signori del danaro. I ministri delle Finanze della zona euro sono tenuti a decidere sulla questione particolarmente spinosa entro lunedì prossimo.
Ci sono questioni in sospeso e altrettanto preoccupanti anche altrove. Le banche spagnole che hanno ricevuto un salvataggio nel 2012 devono affrontare molti problemi prima che sia chiara la soluzione dei loro problemi per il popolo iberico obbligato a pagare gli errori dei banchieri. L’Italia al contrario è impantanata in una bassa crescita economica e in una disoccupazione crescente, ma annaspa anche lei. Mentre l’isola di Cipro, che di recente è stata candidata a ricevere un prestito ad usura, dovrà avviare una serie di riforme durissime da digerire per l’economia troppo debole dell’isola rispetto a quanto richiesto dai tecnocrati dell’usura. Questione altrettanto complessa tanto che il presidente di Nicosia Nicos Anastasiades ha fatto un appello agli eurocrati e alla troika affinché facciano qualcosa per ammorbidire le richieste.
I mesi scorsi hanno visto un costante dibattito sui tagli al bilancio, con il Fondo monetario che ha capito - seppure troppo tardi - di aver compiuto una serie di errori madornali nel gestire la crisi greca che, secondo i tecnocrati dell’organismo mondialista, avrebbe dovuto essere affrontata in maniera diversa con misure diverse da quelle adottate che invece hanno portato il Paese alla recessione e alla povertà diffusa. Una verità solo parziale poiché i danni provocati dalla troika agli Stati della zona euro che hanno chiesto un “aiuto” sono evidenti in tutta la loro drammaticità anche altrove.
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