Kennedy ucciso dai banchieri - di Giuliano Augusto
John Fitzgerald Kennedy ha avuto la grande fortuna mediatica di morire quando, apparentemente, era giovane, bello e nel fiore degli anni. Apparentemente, perché di salute non stava mica tanto bene. Aveva 46 anni quando le pallottole di diversi fucili lo colpirono a Dallas il 22 novembre 1963. Muore giovane chi è caro agli Dei, dicevano gli antichi. Così la sua morte, con le circostanze in cui essa è maturata, lo ha issato nella leggenda che è stata alimentata ad arte da giornali e televisioni varie, sempre prontissime ad offrire al pubblico una icona sulla quale esercitarsi. In Italia poi, il suo essere di famiglia cattolica ed irlandese lo ha fatto sentire come una sorta di fratello maggiore da parte dei tanti politici, desiderosi di condividere un mito, tanto più lontano, tanto più presentato come vicino. In particolare, per il suo successo mediatico pesò anche la circostanza, fatta circolare dai giornali dell’epoca, che nei primi anni della sua carriera politica si fosse abbeverato ai libri di politica e di economia di Amintore Fanfani. In buona sostanza, un modo per farlo passare per un sostenitore di quella che viene indicata come “dottrina sociale della Chiesa” ed in tempi più recenti “economia sociale di mercato”. Più o meno tutti i suoi sostenitori di oggi e di ieri (Veltroni in testa, che però ha una predilezione particolare per il fratello Robert, anche lui assassinato) si sono però ben guardati dal ricordare che Kennedy venne eletto alla presidenza, nel novembre del 1960, grazie ai brogli effettuati da Cosa Nostra nello stato dell’Illinois e da Lyndon Baines Johnson, governatore del Texas, poi vicepresidente e suo successore. Nelle cronache che si rivendono sui rotocalchi ci si riferisce alla sua storia con Marylin Monroe ma ci si guarda bene dal ricordare che furono i due Kennedy, John e Robert, a fare rovesciare e uccidere dai militari il presidente vietnamita Diem, considerato troppo poco affidabile per gli interessi Usa. E furono sempre loro ad aumentare il numero di consiglieri militari a Saigon e a dare di fatto inizio alla guerra del Vietnam che ebbe la conclusione ingloriosa che tutti conoscono con l’abbandono di tre Paesi del Sud Est asiatico (Vietnam del Sud, Cambogia e Laos) nelle mani dei comunisti, fino a quel momento presentati come il Male Assoluto. Osama Bin Laden non era ancora comparso e non si stava ancora preparando nei campi di addestramento della Cia...
Questa citazione, che vuole essere asettica, delle responsabilità di Kennedy, anzi dei Kennedy, nelle vicende della cosiddetta “sporca” guerra del Vietnam (perché, le altre guerre sono forse pulite?) serve per mettere i puntini sulle i e sottolineare che sono tutte balle le teorie che vanno a ricercare le ragioni della sua morte in un presunto scontro della Casa Bianca con l’apparato militare industriale del Paese. Sarebbero stati i cattivissimi militari del Pentagono, questa è la tesi dei “liberal”, e le industrie degli armamenti ad essi legati ad armare la mano dei killer o dei killer. Una tesi rivenduta a piene mani da un film come JFK di Oliver Stone che ha il grave torto di andare a vedere soltanto una delle possibili ipotesi, e sicuramente la più rivendibile, ed ignorare tutte le altre. E’ infatti la tesi più scontata e semplicistica e al tempo stesso quella che la generazione di Stone (nato nel 1946) voleva sentirsi racontare anche per avere una conferma sulla giustezza delle proprie scelte giovanili nel periodo 1966-1970. Fate l’amore, non fate la guerra, bruciate le cartoline precetto, il film “Fragole e Sangue”, il festival di Woodstock, Bob Dylan e Joan Baez, Martin Luther King, Malcom X, l’assassinio di Robert Kennedy dopo la vittoria alle primarie democratiche in California nel 1968.
La realtà che sta dietro all’omicidio Kennedy si trova invece nello scontro che vide a confronto Kennedy con la Federal Reserve, la Banca centrale i cui soci sono le principali banche degli Stati Uniti. Kennedy insomma si scontrò con i banchieri. Il via venne dato il 4 giugno del 1963, cinque mesi e mezzo prima di Dallas, quando un decreto del presidente autorizzò il Dipartimento del Tesoro a creare ed emettere la valuta senza passare attraverso la Federal Reserve Bank. Autorizzò così il Tesoro ad emettere banconote a fronte dei lingotti di argento detenuti in cassa. Vennero così emesse banconote da 10 e da 20 dollari per un valore complessivo di 4 miliardi di dollari. Il senso più vero di tale iniziativa è che il Tesoro avrebbe potuto in tal modo emettere denaro di suo senza chiederlo in prestito alla Federal Reserve e quindi ai banchieri privati. Una offesa non da poco questa per i criminali delle varie Goldman Sachs, Lehman Brothers e Chase Manhattan. Non appena Kennedy venne ucciso, le banconote del Tesoro vennero fatte sparire dal nuovo Presidente, Johnson. Vennero ritirate dal mercato e di esse si perse il ricordo. E gli azionisti della Federal Reserve non ebbero più nulla da temere. E’ sintomatico che dopo l’insabbiatura dell’indagine dell’omicidio fatta dalla CIA, dall’FBI, dal Rapporto Warren e dalle amministrazioni presidenziali successive, sulle vere implicazioni di Dallas sia stata posta una cortina di silenzio. Non importa allora chi abbia materialmente premuto i grilletti dei fucili dalla collinetta di fronte alla vettura presidenziale e se il comunista Oswald sia stato utilizzato come capro espiatorio. Non importa se vi sia stata, inconsapevolmente, la convergenza di odi apparentemente contrapposti (Castro e gli esuli cubani, la CIA e il KGB, Cosa Nostra e l’FBI ). Resta il fatto della morte di un Presidente che si era messo contro i banchieri privati. Una colpa che negli USA viene punita con la morte. Come dimostrano gli assassini di tre Presidenti, prima di Kennedy. Lincoln contrario al saccheggio del Sud nel dopoguerra. Garfield che rappresentava un ostacolo ai nuovi equilibri di potere nel Partito Repubblicano. E infine Mc Kinley, piuttosto freddo nell’avallare le velleità imperialistiche globali dell’apparato finanziario e industriale degli Usa che tutto controlla e tutto comanda. Da allora ben poco è cambiato.
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