Kabul Bank, sospetti sui consulenti Usa: «Non hanno dato l'allarme»
C'erano diversi segnali di “attività sospette” da parte di Kabul Bank, fallita l'anno scorso. Ma sono stati ripetutamente ignorati. L’accusa è contenuta in una relazione dell'Office of the Inspector General per USAid, di cui dà notizia il Guardian.
I capitali della Kabul Bank, la principale banca afghana, sono stati affossati da alcune operazioni immobiliari fallimentari a Dubai, oltre che da episodi di speculazione e corruzione da parte dei principali azionisti. Nel settembre 2010 è stata acquisita dalla banca centrale e alla fine dello scorso marzo è stato annunciato il via libera alla sua liquidazione. Il totale delle perdite è stimato in 850 milioni di dollari. Cifre che saltano ancor più all'occhio se si considera che il Pil afghano ammonta a 12 miliardi.
I sospetti più gravi ora riguardano i consulenti di BearingPoint (poi acquisita da Deloitte) presenti nel Paese. Che avrebbero ignorato gravi segnali d'allarme. Nel novembre 2009, ad esempio, uno di essi era stato ripetutamente minacciato di morte dopo aver affiancato la Banca Centrale in una delle consuete ispezioni a Kabul Bank. A quel punto l'azienda si era limitata a impedire ai propri dipendenti di prendere parte ad ulteriori controlli, facendo mancare una sorveglianza che sarebbe stata fondamentale. L'anno successivo, i dirigenti della Banca Centrale afghana avevano rivelato agli americani di non sentirsi affatto in potere di intervenire sul Ceo di Kabul Bank. Anzi, «lui può licenziare noi» era stata la loro risposta. Che diceva molto su quali fossero i reali rapporti di forza: giova ricordare che fra gli azionisti della banca figuravano nomi di spicco dell'ambiente politico, incluso il fratello del presidente Karzai. E, ancora una volta, i consulenti americani non avevano sentito il bisogno di avvertire le autorità. Così come avevano taciuto sulle preoccupazioni del governatore della Banca Centrale a proposito degli investimenti a Dubai.
I sospetti sono ancora più gravi se si tiene presente che BearingPoint era stata profumatamente pagata dal governo statunitense (e, quindi, dai contribuenti) per tenere la situazione sotto controllo. Si parla di 92 milioni di dollari. USAid getta acqua sul fuoco: a detta sua nessuno, tantomeno BearingPoint, aveva i mezzi per scoprire la frode. ( Fonte: www.valori.it)