Il governo ha già deciso: Iva al 22% - di Marco Angelotti
L’Unione Europea ce lo ha chiesto e il governo non potrà che obbedire. Dal 1 ottobre prossimo scatterà l’aumento dell’Iva dal 21% al 22%. La situazione dei conti pubblici non è infatti delle più rosee. Oltre al debito pubblico che ha superato il 130%, ad aver destato l’allarme della Commissione europea è stata l’abolizione dell’Imu che comporterà un mancato introito di 2,4 miliardi di euro nelle casse statali. Il problema è infatti quello di trovare nuove risorse oltre a quelle che deriveranno dall’aumento delle accise sugli alcolici. E l’aumento dell’Iva è lo strumento più adatto e più immediato per ramazzare risorse finanziarie. E pazienza se le imprese strilleranno e se ci sarà una concomitante diminuzione dei consumi.
Il presidente dei deputati del PdL, Renato Brunetta, ha invitato il governo ad “onorare gli impegni presi” e a non aumentarla. Gli impegni in questione sono quelli assunti con il mondo delle imprese e con il centrodestra che li aveva vincolati al proprio appoggio al governo Letta, sorretto da una maggioranza apparentemente anomala. La stessa che già sosteneva il governo della Goldman Sachs a guida Mario Monti. Ma è gioco forza prevedere che, con il manifestarsi delle difficoltà, o con l’impossibilità, di mantenere il disavanzo sotto il 3%, e con le pressioni in merito della Commissione europea, anche il PdL finirà per cedere ed inchinarsi al volere della tecnocrazia. Il copione è quello conosciuto. Si useranno espressioni tipo “cuore spezzato” (il nostro o il loro?) e “interessi superiori del Paese” per giustificare un nuovo salasso.
Il sottosegretario all'Economia, Pierpaolo Baretta, è stato quanto mai chiaro, pur nella genericità delle sue dichiarazioni, nell’anticipare quello che a Palazzo Chigi è già stato deciso da tempo da Letta e da Fabrizio Saccomanni (nella foto). “Le risorse disponibili per i prossimi 2-3 mesi presentano un percorso impegnativo perché oltre all'Iva c'è anche l'Imu e gli ammortizzatori sociali quindi nelle prossime ore dovremo fare una valutazione complessiva e decidere quali siano le priorità”. Insomma: bambole in cassa non c’è un euro. Ma Brunetta, almeno a parole, gioca a fare l’indignato osservando che è bastata la visita di un giorno a Roma del commissario europeo all’Economia, Olli Rehn, con le sue inopportune dichiarazioni, che tutti adesso reputano inevitabile l'aumento dell'Iva a ottobre. Gli impegni assunti da Letta, ha ricordato polemicamente, erano altri. La rinuncia all'inasprimento dell'Iva, il superamento dell'attuale sistema di tassazione della prima casa ed infine una generale riduzione del costo del lavoro e del peso fiscale. A giudizio di Brunetta, si tratta di provvedimenti complementari e non alternativi e per i quali il PdL ha suggerito al governo le necessarie fonti di copertura. Per il PdL quindi l’aumento dell’Iva deve essere scongiurato a tutti i costi in quanto porterebbe più danni che vantaggi.
Secca la replica di Matteo Colaninno (PD) che ha accusato il PdL di giocare allo scaricabarile, sentendosi già in campagna elettorale, come sull’Imu, e cercando di intestarsi il merito di quello che in realtà è stato no sforzo e un risultato comune. Il PdL, a suo dire, conosce benissimo quali sono i nostri vincoli finanziari e la difficoltà estrema delle coperture. Ma fugge da una visione di insieme per fissarsi di volta in volta sul tema che lo interessa e sul quale intende fare propaganda.
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