Guerra degli haker tra Usa e Cina
La Cina respinge al mittente le accuse americane: non è vero, ha detto oggi Pechino, che un reparto speciale del suo esercito sia dietro a centinaia di attacchi informatici in tutto il mondo, Stati Uniti in testa. Il governo e l'esercito cinesi "non hanno nulla a che fare con gli attacchi".
Ma gli Usa non ci credono, e in serata alzano ancora i toni: la nostra reazione contro lo spionaggio industriale sarà forte, fa sapere la Casa Bianca. Barack Obama passa dunque al contrattacco e presenta il proprio piano contro il furto di segreti commerciali a scapito di aziende americane. Piano che prevede maggiore pressione diplomatica e reazioni forti contro chi pratica lo spionaggio industriale. "Gli altri governi devono riconoscere che la tutela dei segreti industriali e commerciali è vitale per il successo delle relazioni economiche - dichiara la Casa Bianca -. I furti di segreti commerciali sono una minaccia per le aziende americane, mettono in pericolo la sicurezza nazionale e la sicurezza dell'economia americana".
La smentita cinese evidentemente non convince. Malgrado le parole di Geng Yansheng, portavoce del ministro della Difesa, che nelle ore precdenti aveva definito "senza fondamento di fatti e di basi legali" le denunce rilanciate in un rapporto della società americana di sicurezza informatica Mandiant. Martedì la Mandiant aveva diffuso un dossier nel quale si dimostrava, con diversi dati, che oltre 100 attacchi ad aziende diverse in tutto il mondo dal 2006, in particolare verso gli Stati Uniti, erano partiti da un palazzo di Shanghai nel quale risiede l'Unità 61398 dell'esercito cinese, la cui esistenza è un segreto di Stato. Secondo la Mandiant, che ha analizzato dati, Ip e altro, la provenienza da Shanghai e dall'esercito cinese degli attacchi è certa.
Poco dopo la diffusione del rapporto, già il portavoce del ministro degli Esteri di Pechino, Hong Lei, aveva respinto le accuse, dichiarando anzi che la Cina è oggetto essa stessa di attacchi informatici, problema mondiale, provenienti in maggior parte dagli Usa, ma che Pechino non ha mai utilizzato questi attacchi contro Washington. Secondo quanto detto oggi dal portavoce del ministro della Difesa, il fatto che attraverso gli Ip (gli indirizzi delle connessioni) la Mandiant basi la sua certezza che gli attacchi siano partiti da Shanghai, mostra la vacuità dell'accusa. Gli hacker operano in regime di anonimato e normalmente utilizzano programmi che simulano la connessione da Paesi diversi, così da cambiare gli Ip. Secondo Geng, che ha ribadito che la Cina è uno dei Paesi più esposti agli attacchi informatici, il ministero della sicurezza pubblica di Pechino ha assistito più di 50 Paesi e regioni in indagini su circa 1.100 casi di crimini cibernetici dal 2004. "Inoltre - ha detto il portavoce - la Cina ha stabilito accordi bilaterali per il rafforzamento della legge sulla cooperazione con più di 30 Paesi, inclusi Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania e Russia. E sostenendo accuse giornalistiche a senso unico, non aiuta trovare una soluzione e mette a rischio la collaborazione esistente".
Per alcuni esperti anche stranieri citati dall'agenzia Nuova Cina, con questa mossa gli Usa cercano di colpire il principale rivale nella corsa alla supremazia mondiale. La notizia del rapporto americano e della replica cinese è stata ripresa dalla stampa di Pechino e gira vorticosamente su internet.
Il Global Times, vicino all'organo ufficiale del partito, ha chiesto che la Cina protesti con più forza e più spesso per gli attacchi di cui è vittima. Sui microblog le reazioni sono disparate: c'é chi si dice orgoglioso dell'hackeraggio da parte dei corpi speciali cinesi e chi invece non crede che il rapporto sia vero perché i militari cinesi non sarebbero in grado di farlo. E si torna a favoleggiare di Lanxiang, famigerata scuola di hackeraggio pagata dall'esercito cinese nella provincia dello Shandong.
Fonte: www.americaoggi.info