" Da erede di Mao a scandalo dell'anno" di Loretta Napoleoni
Da quando il Partito comunista cinese ha defenestrato Bo Xilai, governatore della provincia di Chongqing, non si parla d'altro in rete. Popolarissimo in Cina, Bo era l'equivalente dei nostri volti celebri. Figlio di Bo Yibo, braccio destro di Mao, il 62enne membro del partito comunista cinese, praticamente dalla nascita, era in lizza per una posizione chiave nella nuova amministrazione che salirà al potere il prossimo novembre. Si pensava, insomma, che sarebbe entrato nella rosa dei nove uomini più potenti della Cina. Negli ultimi dieci giorni, diversi media occidentali l'hanno addirittura descritto come l'erede di Mao, una sorta di difensore "comunista" dei diritti delle masse, a capo della corrente maoista del partito. Nulla di più falso, naturalmente.
Anche se è vero che il padre di Bo è stato uno dei fondatori del Partito comunista cinese, durante la rivoluzione culturale la sua famiglia è stata epurata ed è finita agli arresti domiciliari per diversi anni. Il giovane Bo ha fatto carriera dopo la morte di Mao ed è diventato famoso non perseguendo politiche maoiste, ma manipolando i fondi statali per lo sviluppo. Ha favorito, ad esempio, le grandi imprese di Stato a Chongqing per farne gravitare il Pil. Una politica che ha distorto lo sviluppo economico della regione, tagliandone fuori l'iniziativa privata. Ultimamente Bo si è perfino rifiutato di trasferire parte dei profitti generati dalla regione a Pechino, insistendo affinché i capitali fossero gestiti da lui.
Anche la battaglia contro la corruzione lanciata a Chongqing, e di cui si è parlato tanto in Occidente, faceva parte di un piano ben architettato per bloccare un'inchiesta sulla corruzione della sua famiglia. Il figlio, ad esempio, ha studiato ad Harrow in Gran Bretagna e poi ad Harvard; scuole molto costose anche per un altissimo funzionario del Partito.
Come i nostri volti celebri, la biografia di Bo fa gola ai lettori dei rotocalchi ed ai blogger cinesi, peccato che la censura impedisca che questi ne abbiano accesso. Per evitare che la sua defenestrazione venga sfruttata contro il Pcc, Pechino ha infatti imposto una censura ferrea, bloccando nei motori di ricerca persino sinonimi e frasi riferite alla vita di Bo Xilai. Tra queste c'è pure "ciò che non è spesso" dal momento che Xilai in cinese significa "fino". Ma le voci circolano e chi parla l'inglese può godersi le chiacchiere dei blogger anglosassoni sullo scandalo cinese dell'anno. ( Fonte: www.caffe.ch)