SVIZZERA- ITALIA: LEGAMI ECONOMICI STRETTISSIMI MA SPESSO SOTTOVALUTATI
Esportazioni, investimenti, acquisizioni, insediamenti aziendali, posti di lavoro, frontalieri: le interazioni economiche tra Svizzera e Italia si sono estremamente intensificate negli ultimi decenni e hanno trasformato i due paesi in partner irrinunciabili. Ancora oggi, però, non tutti se ne rendono conto.
"Il volume dei nostri scambi economici con la Svizzera è ben superiore a quello che abbiamo con la Russia. Un dato impressionante, se teniamo conto della differenza di grandezza territoriale e di popolazione tra questi due paesi", ha rilevato in tono di sorpresa il ministro degli esteri italiano Franco Frattini durante una recente visita a Berna.
Non capita di rado che le dimensioni delle relazioni economiche tra Svizzera e Italia sorprendano gli stessi dirigenti dei due paesi, i cui occhi sono generalmente puntati sui mercati delle più grandi potenze mondiali. Eppure, senza attirare molto l'attenzione, gli scambi italo-elvetici sono cresciuti fortemente negli ultimi decenni e oggi oltrepassano i 40 miliardi di franchi all’anno.
Dal 2004 l'Italia è così diventata il secondo partner economico della Svizzera, dietro alla Germania, ma davanti a Stati uniti, Francia, Gran Bretagna o Cina. La Penisola assorbe il 9% delle esportazioni elvetiche. Per l'Italia, la Svizzera è invece il sesto partner economico: il mercato elvetico acquista quasi il 5% dell'export italiano, poco meno degli Stati uniti.
E la crescita è proseguita anche nel 2010: le esportazioni italiane verso la Svizzera sono aumentate, ad esempio, di un importo quasi analogo a quello registrato verso Cina e India, messe assieme. Nonostante un interscambio ad altissimo livello, i rapporti economici bilaterali vengono però regolarmente sottovalutati da ambo le parti.
Dolce far niente
“È un problema che riguarda un po’ tutti e due i partner: l’Italia pensa che la Svizzera sia il paese delle banche, della cioccolata e degli orologi a cucù. E la Svizzera pensa che in Italia si mangi soprattutto bene e si beva buon vino”, osserva Andrea G. Lotti, segretario generale della Camera di commercio italiana per la Svizzera (CCIS).
“Me la prendo ogni qual volta sento parlare dell’Italia solo in termini riduttivi, come del paese del dolce far niente”, aggiunge Lotti, che da anni si batte per andare oltre questi cliché. Cliché legati in parte a tradizioni storiche. Negli ultimi decenni, numerosi svizzeri hanno conosciuto l’Italia attraverso il turismo. Vi hanno portato a casa soprattutto l’immagine del piacere di vivere, della buona gastronomia, della moda italiana.
Anche l’emigrazione in Svizzera ha svolto un ruolo importante dal Dopoguerra a livello conoscitivo. “A contatto con gli italiani immigrati, molti dei quali hanno aperto ristoranti, lo svizzero ha conosciuto innanzitutto i prodotti agroalimentari tipicamente italiani. Ha avuto meno la possibilità di scoprire altri aspetti della realtà italiana, come i prodotti di alta tecnologia, che si affermano in tutto il mondo”, rileva il segretario generale della CCIS.
Oggi l’Italia è il primo esportatore di vini e formaggi sul mercato elvetico, davanti perfino alla Francia. I generi agroalimentari figurano però soltanto al quinto posto tra le esportazioni italiane in Svizzera, dietro a prodotti chimici e farmaceutici, macchine, tessili e abbigliamento. “Quando si considera l’Italia il paese della pizza e della mozzarella, a volte si dimentica che è anche uno dei primi produttori mondiali di elettronica, microtecnologia e tanta altra alta tecnologia”, sottolinea Lotti.
Deficit di immagine
Mentre l’economia italiana è presente sul territorio elvetico soprattutto con il commercio e poco con gli investimenti, la Svizzera figura al sesto posto tra i paesi investitori in Italia, dinnanzi perfino alla Germania. Le aziende svizzere – tra cui Nestlé, Novartis, Roche e Swisscom - danno lavoro a quasi 80'000 persone nella Penisola. Aggiungendo i 55'000 frontalieri, l’economia elvetica è il primo datore di lavoro privato in Italia.
E questo nonostante le ormai tradizionali difficoltà dell’Italia nell’attirare investimenti esteri. “L’Italia ha un deficit d’immagine per gli investimenti. Trasmette un’immagine d’incertezza, con una burocrazia pesante, normative molto complesse, problemi fiscali e poca trasparenza”, osserva Giorgio Berner, presidente della Camera di commercio svizzera in Italia (CCSI).
Per non parlare della politica italiana, che alimenta tendenzialmente all’estero l’immagine di un paese poco affidabile. Molte aziende svizzere preferiscono quindi guardare a Nord, quando si tratta di estendere la loro presenza al di fuori dei confini nazionali. “È un’immagine che fa del torto alle potenzialità dell’imprenditoria italiana, di cui ho grande stima”, afferma Berner.
“Credo che vi siano dei timori soprattutto da parte delle piccole e medie aziende, alle quali l’Italia appare spesso poco trasparente e poco attrattiva. I grandi gruppi esprimono delle riserve sulla burocrazia e la fiscalità, ma sono ben lieti di essere nella Penisola, dal momento che offre un mercato importante e un potenziale umano molto alto”, aggiunge il presidente della CCSI.
Realtà sconosciuta
Anche l’economia svizzera soffre però di un problema d’immagine in Italia. “Nell’immaginario collettivo, la Svizzera viene associata soprattutto alle banche, alle relazioni di affari finanziari o ai depositi bancari. Si trascura spesso la parte produttiva, il mercato”, rileva Berner.
La Svizzera viene inoltre vista come un’entità minore sulla piazza mondiale. “Paghiamo un po’ anche il fatto di non essere nell’Unione europea. Prendiamo ad esempio tutte le statistiche che vengono fatte a Bruxelles: vi figura la Finlandia o il Lussemburgo, ma della Svizzera non si parla quasi mai. La Confederazione rimane così in molti casi una realtà sconosciuta”.
Far conoscere meglio le reciproche potenzialità figura chiaramente tra le attività principali delle due camere di commercio. "Cerchiamo di facilitare le conoscenze e i contatti tra le piccole e medie aziende, molto innovative e dinamiche da ambo le parti, per favorire delle alleanze e aumentare il loro potenziale sul mercato globale”, indica il presidente della CCSI.
Da alcuni anni la camera registra la tendenza da parte di piccole e medie aziende italiane a creare centri operativi o logistici in Svizzera, soprattutto nelle regioni limitrofe, Ticino, Vallese e Grigioni. “Vi apprezzano la snellezza della burocrazia svizzera, i vantaggi logistici e una gestione molto più agevole della forza lavoro. E poi la fiscalità, ma non solo”, sottolinea Berner.
Divergenze fiscali
Fiscalità, che da due anni sta un po’ avvelenando i rapporti tra Svizzera e Italia. L’inserimento della Confederazione nella lista nera dei paradisi fiscali da parte delle autorità di Roma, il blocco dei negoziati su un accordo di doppia imposizione e diverse altre misure adottate nell’ambito dello scudo fiscale hanno suscitato interrogativi e irritazione in Svizzera.
La vertenza fiscale rappresenta oggi uno dei maggiori ostacoli nello sviluppo delle relazioni economiche tra di due paesi, rileva Andrea G. Lotti. Queste divergenze dimostrano ancora una volta le difficoltà che sussistono, da ambo le parti, nel capire l'importanza economica reciproca.
Secondo il segretario generale della CCIS, una soluzione è tuttavia in vista. “È chiaro che, come dice Tremonti, di soldi italiani in Svizzera ce ne sono tanti. Se Berna riesce però a raggiungere un accordo sulla doppia imposizione con Francia, Germania e Gran Bretagna, come previsto, credo che anche l’Italia seguirà questa strada”.
Armando Mombelli, swissinfo.ch