Cina, Capodanno finito ma i lavoratori non tornano
Lavoratori cinesi instancabili. Niente scioperi e vacanze ridotte al minimo. Manodopera praticamente infinita e a costo bassissimo. La Cina, Paese del bengodi per chi in questi anni ha delocalizzato le produzioni, ha però anche qualche mito da sfatare se – come riporta The Wall Street Journal – non sono poche le società che stanno patendo una lenta ripresa del lavoro dopo le festività del Capodanno cinese (anno del Serpente, 24 gennaio – 10 febbraio 2013) e il conseguente blocco delle attività all’ombra della Grande Muraglia: ogni anno sono infatti circa 250 milioni i lavoratori migranti cinesi che lasciano le fabbriche per tornare dalle loro famiglie, ma quest’anno sarebbero meno quelli che rientrano a pausa finita.
Il problema nasce, ad esempio, per i produttori di giocattoli che aspettano le consegne di Pasqua ma anche per quelli dell’abbigliamento. E forse il fenomeno comincia ad assumere qualche connotazione di preoccupazione: secondo alcuni la minore prontezza nella ripresa produttiva sarebbe insita anche nelle crescenti aspettative sempre più diffuse tra i lavoratori cinesi, alla ricerca di retribuzioni più elevate. Molti operai, infatti, userebbero proprio questo periodo di pausa per trovare nuovi posti di lavoro. In questa fotografia che restituisce al mito cinese qualche crepa si inseriscono i dati demografici: la politica del figlio unico, attuata nel 1980, avrebbe iniziato a erodere la disponibilità di manodopera, e i 120,7 milioni di cinesi di età compresa tra 15 e 19 anni (fonte NU) di allora sarebbero scesi a 105,3 nel 2010 per puntare ai 94,9 entro il 2015. Senza contare che alcune fabbriche scelgono di convertirsi a produzioni nuove, più specializzate e redditizie: elettronica invece di giocattoli e abbigliamento.