" Argentina 2001 vs Grecia 2011" di Marco Biagetti
Il dilemma che la Grecia vive attualmente è uguale a quello argentino di 10 anni fa. La spesa pubblica era aumentata a dismisura e per finanziarla la Grecia si è indebitata. Ma l’indebitamento ha fatto ulteriormente crescere la spesa pubblica poiché all’incremento dello stock di debito corrisponde l’incremento del monte interessi da pagare.
Il governo greco oggi quindi si trova di fronte a ciò che dovette affrontare quello argentino nel 2001. La Grecia deve scegliere fra la riduzione della spesa pubblica non solo in termini reali ma anche in termini nominali (ciò che tentò di fare Lòpez Murphy in Argentina nel 2001) o svalutare (ciò che avvenne in Argentina nel 2002). Ovviamente la Grecia deve abbandonare l’area euro per poter svalutare e tornare alla dracma. L’idea sarebbe quella di svalutare e quindi “fluidificare” la spesa pubblica mediante una fiammata inflazionistica.
Dopo 9 anni e mezzo che l’Argentina ha abbandonato la convertibilità , l’Argentina non si trova nella stessa situazione della Grecia, tuttavia alcune possono essere notate alcune similitudini. Ad esempio, la spesa pubblica è schizzata e il Paese registra oggi un deficit fiscale. Il dollaro non è più caro come nel 2002: anzi il cambio reale per gli esportatori di soia argentina è oggi più basso rispetto a quello vigente durante il periodo della convertibilità (calcolato a valori costanti) e i prezzi delle costruzioni per metro quadrato sono più cari di quanto non avvenisse durante il periodo della convertibilità. Un altro grande problema che l’Argentina deve risolvere riguarda i giganteschi sussidi al settore energetico e a quello dei trasporti che non solo fanno aumentare la spesa pubblica ma che generano anche problemi per la bilancia commerciale. In effetti le importazioni di combustibile costituiscono la voce che ha registrato il maggiore aumento causato dalle decisioni di politica energetica del governo argentino: per questo esso ha deciso di frenare le importazioni, perché il dollaro un dollaro sempre più a buon mercato in termini reali costituisce uno stimolo diretto all’incremento dell’import che crescono più delle esportazioni di soia determinando una riduzione del surplus della bilancia commerciale. A questa di tale riduzione vi sono sempre meno dollari disponibili come riserva e quindi la fuga di capitali può superare tale ridotto saldo e generare tensioni nel mercato cambiario molto più forti di quelle attuali.
L’Argentina però ha anche un altro problema che pochi hanno notato: il serio problema patrimoniale della Banca centrale (BCRA). A gennaio 2010 la BCRA contava nell’attivo dello stato patrimoniale lettere non trasferibili del tesoro argentino per 36,243 miliardi di pesos (circa 6,25 miliardi di euro). Questi titoli hanno una particolarità: non possono essere venduti e sono emessi in 3 scadenze: 2016, 2020 e 2021. Il 7 aprile 2011 lo stock di lettere non trasferibili del tesoro in mano alla BCRA aveva raggiunto i 105 miliardi di pesos (18,10 miliardi di euro). In altri termini, la BCRA ha dato al tesoro argentino (ovvero al governo) riserve affinché quest’ultimo pagasse il debito pubblico e il tesoro ha dato in cambio alla BCRA titoli non trasferibili a 3 scadenze fissate. Dal punto di vista patrimoniale, la BCRA riduce le sue riserve e aumenta il possesso di titoli non trasferibili emessi dal tesoro riducendo quindi la qualità dell’attivo del suo stato patrimoniale. Nello stesso tempo incrementa le sue passività emettendo moneta e titoli.
Ma la storia non finisce qui. La BCRA ha anche prestato altro denaro fresco al tesoro sotto forma di 46 miliardi di peso (7,9 miliardi di euro) in anticipazioni transitorie che in pratica diventano permanenti. Ciò significa che la BCRA si sta riempiendo di lettere del tesoro, che a giudicare la sua situazione fiscale già può essere considerato insolvente, in cambio delle riserve di denaro che consegna ad esso. Se sommiamo in maniera benigna ed ottimistica, le lettere non trasferibili e le anticipazioni transitorie, la BCRA conta fra le sue attività 151 miliardi di peso (26 miliardi di euro) dovuti dal tesoro sotto forma di strumenti finanziario con valore prossimo allo zero perché non possono essere venduti e – nell’ipotesi che si trovasse qualche compratore – non potrebbero essere consegnati al loro valore nominale. In pratica, a causa del tesoro argentino, la BCRA già ha un patrimonio netto negativo. Il 7 giugno scorso, la BCRA ha pubblicato i dati del suo patrimonio netto: esso era pari a 42,3 miliardi di peso (7,3 miliardi di euro). Si capisce che se si tolgono dall’attivo i 151 miliardi di peso dovuti dal tesoro, il patrimonio netto è pari a -108,7 miliardi di peso (-18,7 miliardi di euro). Tutto questo per poter mantenere una politica di alta spesa pubblica emettendo moneta al 40% annuo e creando fiammate inflazionarie. Anche un bambino capirebbe che questa politica della “manteca al techo” non può essere mantenuta indefinitamente. ( Fonte: www.linkiesta.it)
Marco Biagetti