Unicredit, aumento di capitale legato all'entità dei "cashes"
Prima di varare l'aumento di capitale – e soprattutto di decidere il suo importo – Unicredit deve scogliere il nodo sui "cashes", cioè su quegli strumenti convertibili emessi nel 2009 in costanza con il precedente rafforzamento patrimoniale: l'Eba non li conteggia ma si attende il parere della Banca d'Italia, con Piazza Cordusio che dice chiaro: «Noi siamo convinti che siano capitale e ci aspettiamo una risposta positiva», afferma l'amministratore delegato Federico Ghizzoni.
La questione è solo apparentemente contabile. Il mercato si aspetta infatti un aumento di capitale da parte di Unicredit compreso tra i 5 e gli 8 miliardi di euro, ma se questi 3 miliardi di cashes venissero conteggiati l'importo potrebbe scendere considerevolmente, con il beneplacito delle Fondazioni che questo aumento devono finanziare e che non sono tutte così felici di doverlo fare, di questi tempi soprattutto.
E il loro ruolo non appare marginale nella faccenda. Non è infatti detto che Bankitalia dia il suo via libera al conteggio nel capitale della banca se questi strumenti rimangono così come sono strutturati attualmente. È infatti possibile che i "cashes" Unicredit debbano ridurre i loro rendimenti, che oggi vanno in buona parte alle Fondazioni. Che allora si troverebbero di fronte a una scelta: meno rendimenti per un aumento di capitale inferiore. E potrebbero anche starci.
Quindi non è detto che tutto sulla questione "cashes" dipenda dalla Banca d'Italia e lo stesso Ghizzoni, interpellato a margine del convegno nazionale dell'Ance a Torino, resta sul vago: da Bankitalia «stiamo aspettando una risposta, non so quando arriverà», risponde l'amministratore delegato di Unicredit alle domande dei giornalisti.
Gli operatori sperano che tutto possa chiarirsi nella prossima settimana, prima del consiglio di amministrazione di lunedì 14, che sarà preceduto da una riunione dei comitati (in genere strategico, nomine e remunerazioni) della banca, ma che ancora non è certo esamini il nuovo piano industriale, atteso da tempo. Ma sicuramente il Cda Unicredit analizzerà i conti del terzo trimestre, per i quali il "consensus" degli analisti finanziari, cioè la media delle diverse stime, ha previsto un crollo degli utili a 6 milioni di euro. Qualche dettaglio in più, anche in questo caso non marginale, viene invece sul "piazzamento" di Unicredit tra le 29 istituzioni finanziarie sistemiche europee (Sifi). Si aspetta infatti di sapere se l'unica banca italiana inserita sia nella fascia alta o bassa dell'elenco, una posizione che può incidere anche sull'ammontare del prossimo aumento di capitale. Il Financial stability board rispetto alla soglia minima del 7% di capitale sugli attivi, alle Sifi chiede infatti una massa di capitale aggiuntivo teoricamente fino al 3,5%. Anche se «non ci sono decisioni ufficiali per le singole banche, noi ci aspettiamo di essere nella fascia bassa», spiega Ghizzoni. Il che significa una richiesta di incremento del capitale compresa probabilmente tra l'1 e l'1,5% sugli attivi.
Intanto la fuga dei capitali dall'Italia mette a rischio la Banca centrale tedesca. È l'allarme lanciato ieri dal quotidiano Frankfurter Allgemeine Zeitung (Faz), che spiega come le variazioni negli equilibri del sistema di pagamento integrato europeo Target 2 (Sistema transeuropeo automatizzato di trasferimenti rapidi con liquidazione lorda in tempo reale) possano finire per pesare sulle casse tedesche. Citando dati Bundesbank e Bankitalia, Faz mette in evidenza come la fuga dei capitali privati dall'Italia verso la Germania abbia subito un'accelerazione, mettendo le banche italiane nella condizione di dipendere dai prestiti di via Nazionale per le liquidazioni degli investimenti spostati altrove. Tra luglio e settembre i crediti di Bundesbank nei confronti del sistema europeo integrato Target 2 sono cresciuti da 343 a 449 miliardi di euro. Nello stesso periodo i debiti di Bankitalia verso Target 2 sono saliti di oltre 80 miliardi (solo a settembre da 57 a 103 miliardi di euro). Tali variazioni avvengono, tra le altre cose, quando i capitali passano dalle banche di un Paese a quelle di un altro. Normalmente tali movimenti vengono compensati sul mercato creditizio privato, che però oggi è bloccato dall'incertezza dovuta alla crisi del debito. Il che costringe gli istituti di credito a finanziarsi presso le banche centrali.
Una situazione che espone Bundesbank: in caso di insolvenze nella catena creditizia, le banche centrali legate dal Target 2 devono rispondere della perdita di capitali in misura della quota che detengono nella Banca centrale europea. (m.t.)( Fonte: www.gazzettadelsud.it)