" Una nuova regola: non paga Pantalone" di Francesco Daveri
L’enorme debito pubblico rende l’Italia un osservato speciale delle agenzie di rating e delle organizzazioni internazionali. È proprio per il persistere dell’elevato debito pubblico (il quarto del mondo dopo Stati Uniti, Giappone e Germania) che Standard and Poor's, una della tre grandi agenzie di rating, ha abbassato da “stabile” a “negativo” il suo parere sulle prospettive future di buon pagatore dello Stato italiano. Vuol dire che, secondo gli analisti di S&P, la Repubblica italiana non è già oggi meno affidabile come prenditore a prestito, ma potrebbe diventarlo da qui a due anni. Dopo pochi giorni sono venuti toni più rassicuranti da parte delle altre due grandi agenzie di rating. A differenza di S&P, sia Fitch sia Moody's sembrano riconoscere al governo italiano un'immutata capacità di tenere sotto controllo la dinamica dei conti pubblici nazionali. E però con mercati finanziari innervositi dalla spada di Damocle del default greco il parere anche di una sola agenzia di rating ha comunque pesato. Alla riapertura dei mercati, il differenziale di rendimento tra i titoli del debito a dieci anni dell’Italia rispetto ai titoli tedeschi con la stessa scadenza ha raggiunto un massimo di 187 punti base, arrivando cioè ai massimi da inizio 2011. E Piazza Affari ha perso quasi tre punti e mezzo, uno e mezzo in più delle altre borse europee.
CHE COSA PREOCCUPA LE SOCIETÀ DI RATING
Perché le agenzie di rating abbiano opinioni diverse è presto detto. "Non vediamo al momento alcuna modifica dell'outlook o del rating sovrano dell'Italia" ha detto a Reuters l'analista di Fitch David Riley. Fitch (e Moody’s) non vedono nessuna notizia, dunque. Il governo italiano ha riconfermato i suoi impegni in tutte le sedi e il suo piano di risanamento ha ricevuto il semaforo verde da Fondo monetario e Commissione europea. Di che cosa si preoccupa S&P allora? Si preoccupa del domani. L'agenzia ha spiegato in una nota che ritiene “deboli le attuali prospettive di crescita dell'Italia” e “incerto l'impegno politico nelle riforme tese a migliorare la produttività”.
La prima preoccupazione di S&P è ben esemplificata nelle 430 e passa pagine del “Rapporto 2011 sulla situazione del paese” presentato dal presidente dell’Istat Enrico Giovannini a Montecitorio, per la prima volta arricchito di un’ampia analisi congiunturale, grazie all’innesto delle competenze dell’ora scomparso Isae all’interno dell’Istat. Nel Rapporto sono documentate con precisione e in modo approfondito due conclusioni, note a tutti, ma non abbastanza comprese dalla politica. Primo, la crescita italiana degli ultimi dieci anni è stata la più deludente tra tutte le grandi economie dell’Unione Europea - sia quelle coinvolte nel grande party della finanza creativa sia quelle che se ne sono tenute fuori come la Germania. Secondo, l’uscita dalla crisi è a macchia di leopardo con un numero limitato di grandi e medie imprese che vincono sui mercati esteri vicini e lontani e tante imprese e famiglie che arrancano e sperimentano nuove forme di difficoltà sociale ed economica, oppresse da uno Stato inefficiente e dalla globalizzazione. A meno che non cambi qualcosa, la crescita dell’economia italiana per i prossimi dieci anni assomiglierà a quella degli anni precedenti alla crisi, dunque sarà vicina all’uno per cento l’anno.
E qui viene la seconda preoccupazione degli analisti di S&P: le riforme di cui si parla da anni come urgenti (il fisco, l’amministrazione dello Stato, l’accesso alle professioni, il mercato del lavoro) potrebbero ridare fiato alla corsa dell’Italia globale ma, nell’attuale scenario politico, la loro approvazione diventa fantascienza. Con dibattiti parlamentari il cui ritmo è dettato dai problemi del presidente del Consiglio e con la prospettiva di governi legati all’assemblaggio di Responsabili e Coesi galoppa il male di sempre della politica italiana: il populismo. Come ai tempi del pentapartito Dc-Psi-Pri-Psdi-Pli, ma anche del secondo governo Prodi, quello dei 66 sottosegretari e 10 viceministri, è inevitabile che per tenere insieme governi di coalizione litigiosi la politica diventi l’arte del rinvio al futuro delle scelte difficili. Ma se a vincere è il ricattatore più rumoroso (“Chi vusa püsé la vaca l'è sua!”, si dice a Milano), le riforme - e i costi della loro attuazione – non possono che apparire stupidi sacrifici che sprecano consenso politico. E però con il populismo cresce lo Stato inefficiente e il treno della globalizzazione corre in territorio tedesco, sfiorando soltanto l’Italia. E S&P si preoccupa della sostenibilità del nostro debito pubblico.
COME RASSICURARE S&P E GLI ITALIANI DI DOMANI
Un’abitudine pluri-decennale non cambia dall’oggi al domani, ma si può fare qualcosa per rassicurare S&P (e gli italiani di domani). Si tratta di accettare davvero il principio del “Non paga Pantalone”: con una comune assunzione di responsabilità, tutti i partiti politici potrebbero prendere un impegno vincolante a presentare proposte che non aumentino il debito pubblico in nessun anno fiscale. Non è impensabile: l’articolo 81 della Costituzione italiana esiste già e al suo comma 4 dice “Ogni altra legge che importi nuove o maggiori spese deve indicare i mezzi per farvi fronte”. E in fondo è proprio la scoperta del rigore fiscale ai tempi di Amato, Ciampi, Dini e Prodi che ha portato l’Italia nell’Unione monetaria. Ed è proprio la tenacia di Giulio Tremonti nel difendere i conti pubblici che ci ha risparmiato guai peggiori durante la crisi. Quindi una buona base di partenza c’è già.
Ma tutti i giorni si legge di questa o quella componente della maggioranza che vorrebbe “una svolta di politica economica”. Parole usate spesso anche dai partiti dell’opposizione, che oscillano tra difesa della linea rigorista e ritorni di fiamma per le politiche keynesiane di deficit, magari auspicando “una nuova politica industriale”. Anche a livello locale Letizia Moratti, per difendere la sua “cadrega” traballante, non trova di meglio che promettere la cancellazione delle multe o cancellare l’Ecopass che lei stessa aveva introdotto come misura anti-smog senza spiegare come coprirà i buchi di bilancio.
Così non si va da nessuna parte. È solo con il “Non paga Pantalone”, cioè tenendo la barra a dritta contro il deficit anche negli anni futuri, che le riforme possono sperare di entrare in modo più incisivo nell’agenda della politica. Èil populismo che porta a sottolineare solo l’aspetto politicamente pagante e di parte delle politiche e a far apparire le riforme come stupidi sacrifici. Ed è solo il suo abbandono che può far crescere il consenso per le riforme, introducendo nel dibattito politico l’abitudine a parlare sempre dei due lati del bilancio pubblico: le entrate e le uscite. È un sentiero stretto, ma un paese con un debito pubblico pari a 118 punti di Pil sulle spalle non ne ha un altro da percorrere. ( Fonte: www.lavoce.info)