Un'Italia pronta al sacrificio secondo il Censis
Un'Italia "fragile, isolata ed eterodiretta", con una dialettica politica "prigioniera del primato dei poteri finanziari, che fanno rigore ma non sviluppo": è l'Italia della crisi secondo il Censis, che però non vede solo nero, perché di fronte all'emergenza c'é una responsabilità collettiva pronta a entrare in gioco, con 6 italiani su 10 pronti a fare sacrifici in nome del bene comune.
Nel suo annuale Rapporto sulla situazione sociale del Paese, il 45.mo, presentato ieri al Cnel, l'istituto di studi sociali presieduto da Giuseppe De Rita come al solito non fa sconti e fotografa un'Italia dove la crisi economica ha colpito "come una scure" soprattutto i giovani, che hanno perso un milione di posti di lavoro in 4 anni.
Un Paese dove l'occupazione stenta, il lavoro sommerso cresce, i servizi sono scadenti, il risparmio delle famiglie è stato eroso, i Comuni sono sull'orlo del default sociale. E con un forte rischio, avverte De Rita, di una "deriva nazionalpopolare".
Siamo fragili, dice il Censis, "a causa di una crisi che viene dal non governo della finanza globalizzata". I nostri antichi punti di forza (la capacità di adattamento e i processi spontanei di autoregolazione nel welfare, nei consumi, nelle strategie d'impresa) non riescono più a funzionare. "Viviamo esprimendoci con concetti e termini che nulla hanno a che fare con le preoccupazioni della vita collettiva (default, rating, spread, ecc.)".
Ma il primato della regolazione finanziaria di vertice, avverte, può esprimere solo una dimensione di controllo, non di evoluzione e crescita: "è illusorio pensare che i poteri finanziari disegnino sviluppo" perché quest'ultimo "si fa con energie, mobilitazioni, convergenze collettive". Qualche buon segnale già c'é: secondo un'indagine del Censis, il 57,3% degli italiani è disponibile a fare sacrifici per l'interesse generale del Paese - anche se il 46% di questi lo farebbe solo in casi eccezionali. E quasi la maggioranza dei cittadini (il 46%) si sente "italiano", legato allo spirito della nazione.
Ad accomunarci, ancora una volta, il senso della famiglia (65,4%) o il gusto per la qualità della vita (25%), mentre i valori guida risultano essere moralità e onestà (55,5%) e rispetto per gli altri (53,5%). E ancora: gli italiani sono stanchi dei furbetti e della violazione delle regole: l'81% condanna duramente l'evasione fiscale. E alla classe dirigente chiedono "specchiata onestà sia in pubblico che in privato" (59%), preparazione (43%), saggezza e consapevolezza (42,5%).
La nostra salvezza sta nel "tenere diritta la barra" avverte De Rita, che indica cinque punti: ridare valore all'economia reale; avere lo sguardo lungo e prendere decisioni che durino nel tempo; far uscir fuori l'articolazione interna, i conflitti potenziali che sono segno di vitalità (gli "indignati"); arricchire i rapporti sociali aprendo ai nuovi format come i social network, le aggregazioni spirituali, le forme amicali collettive, la partecipazione comunitaria; la difesa e la valorizzazione della rappresentanza.
Un aspetto, quest'ultimo, "fondamentale: il problema italiano - ha spiegato De Rita - è che è morta la rappresentanza politica. Oggi si preme per la decisione a scapito della concertazione, e invece proprio cose come la concertazione costituiscono la forza del nostro Paese". Dobbiamo, per De Rita, tornare al "nostro scheletro contadino", riscoprendo l'economia reale al posto dei giochi finanziari. "Solo così potremo resistere allo slittamento verso una dimensione nazionalpopolare che è ormai dietro l'angolo" ha concluso il presidente del Censis. ( Fonte: www.americaoggi.info)