UBS, impennata dei costi per il personale in Asia
Non si fa che parlare dei bassissimi costi di lavoro in Asia, ma questo principio potrebbe non essere più valido per il comparto bancario. A dimostrarlo è UBS che per i prossimi due anni prevede un calo dei suoi margini di profitto nel continente, proprio a seguito dell'aumento delle spese per il personale.
La crescita economica di Cina, India e Indonesia corre a ritmi indiscutibilmente superiori rispetto a quelli europei e statunitensi: ma così cresce anche la concorrenza fra i banchieri. Il risultato è che anche i costi per assumerli schizzano verso l'alto e si assottigliano i margini di profitto. Dunque diventa sempre più difficile far fronte alle richieste del CEO Oswald Gruebel, che aveva auspicato profitti nettamente migliori per il comparto di investment banking di UBS, tornato in attivo l'anno scorso. In cinque anni la forza lavoro del colosso bancario svizzero in Cina raddoppierà, arrivando a oltre 1000 unità. Nell'intera zona dell'Asia-Pacifico nel 2010 si sono raggiunti i 7.263 dipendenti, con una crescita annua pari al 6%. Nei prossimi cinque anni si prevede di mantenere questi ritmi. Il piano di sviluppo di UBS, della durata di 3-5 anni, mira ad un incremento del 66% delle rendite della regione, che dovrebbero arrivare a 9,1 miliardi di euro.
Si tratta di uno scenario comune ai gruppi bancari internazionali che si trovano nel pieno della loro espansione in Asia. Anche per la britannica HSBC, contro ogni previsione, l'anno scorso le spese per lo staff hanno superato la crescita dei profitti. È stato proprio il CEO Stuart Gulliver ad ammettere di spendere di più per i banchieri in Asia che in Gran Bretagna. E non è da meno la connazionale Standard Chartered, che ormai impiega 7 mila persone in Cina: nel 2010 il numero dei suoi dipendenti è cresciuto del 9%, a fronte di un +17% dei costi per le loro retribuzioni. ( Fonte: www.valori.it)