Stress da lavoro: in Cina “epidemia” da 600mila morti l’anno

Pubblicato il da borsaforextradingfinanza

http://l2.yimg.com/bt/api/res/1.2/XmIX13HSlrXxbsiKduWbIw--/YXBwaWQ9eW5ld3M7Zmk9aW5zZXQ7aD0yNTg7cT04NTt3PTI1OA--/http://globalfinance.zenfs.com/images/IT_AFTP_TRENDONLINE_NEW_LIVE_1/o.97788_original.jpgChe la si chiami con il mandarino guolaosi o con il giapponese karoshi, in Estremo Oriente la morte dovuta a eccesso di lavoro sta diventando un fenomeno dilagante, specialmente nella Cina del boom. L’inarrestabile sviluppo economico si sconta in termini ambientali: gli ultimi dati parlano di 1,2 milioni di morti l’anno a causa dell’inquinamento atmosferico, di quella che è stata ribattezzata “airpocalypse”. 

È quello cinese uno sviluppo che mostra, sempre più, i propri limiti in termini di sostenibilità ambientale, ma i cui ritmi di lavoro hanno effetti pesanti anche a livello psicologico. I 600mila morti per guolaosi, cioè per eccesso di lavoro, sono una cifra impressionante, talvolta il ribaltamento di quanto avviene in Europa dove i suicidi avvengono per la mancanza di lavoro e non per il contrario.

Alcuni giorni fa un ragazzo ventiquattrenne che aveva fatto straordinari per un mese di fila è morto per arresto cardiaco sul posto di lavoro. Alla Foxcoon tre operai si sono buttati dal tetto dell’azienda: già nel 2010 l’impresa taiwanese era diventata tristemente famosa per una lunga catena di suicidi che aveva coinvolto i suoi operai.

Secondo Xinhua, l’agenzia di stampa governativa, la Cina è ormai diventato il primo Paese al mondo per morte da stress. Il fenomeno è stato studiato per la prima volta in Giappone e, a partire dal 1987, è stato incluso nella casistica delle morti sul lavoro. Basandosi su studi di lungo periodo lo studio dimostrò che era impossibile per un uomo lavorare dodici o più ore al giorno per sei o sette giorni alla settimana, poiché la persistenza di questi ritmi di lavoro avrebbe causato danni permanenti a livello fisico e psicologico e, nei casi più estremi, la morte.

Nel 2008, in Giappone, ci fu una storica sentenza: un’azienda fu costretta a un risarcimento di 200 milioni di yen nei confronti di un lavoratore entrato in coma per eccesso di lavoro.

Il vorticoso sviluppo dell’ultimo decennio ha portato la Cina al sorpasso nei confronti del Giappone: i 600mila morti sono prevalentemente “colletti bianchi” residenti nelle grandi metropoli. E a questa cifra vanno affiancati milioni di lavoratori che accusano sintomi che, fortunatamente, non hanno decorso fatale: insonnia, anoressia e dolori addominali. Tutti disturbi che, fra l’altro, vengono sottovalutati dagli ammalati.

In Cina il futuro è tutt’altro che roseo: dopo la travolgente ondata dell’ultimo decennio sta per arrivare la risacca. Nel 2013 dalle università cinesi usciranno 7 milioni di cinesi, come trovare un posto per tutti? Anche nella Cina dei miracoli trovare un’occupazione sarà sempre più difficile, così come sarà difficile trovare o mantenere un lavoro che garantisca ritmi umani, compensi equi e condizioni di lavoro dignitose. A denunciare l’insoddisfazione e l’inadeguatezza a un mondo insostenibilmente esigente e competitivo non sono le fasce meno abbienti ma quella classe media che attualmente rappresenta il 10% della popolazione e nel 2020 dovrebbe essere al 40% del totale.

Alle pandemie vere e proprie, come Sars e influenza aviaria, si aggiunge ora il timore di una pandemia made in China, quella della guolaosi. Per cultura e tradizione ne siamo immuni, gli spazi oltre il tragitto casa-ufficio da noi prevedono, quasi sempre delle deviazioni, ma la crisi spariglia le carte e costringe a rivedere capisaldi millenari. Non è poi così scontato che non se ne parli anche da noi, specialmente se persisteranno squilibri che non sono più soltanto retributivi, ma che riguardano l’entità e la sostanzialità del lavoro.
Di Davide Mazzocco
Fonte: http://it.finance.yahoo.com

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