Stiglitz e Krugman promuovono Abe e bocciano l’austerity - di Roberto Marchesi

Pubblicato il da borsaforextradingfinanza

http://www.rinascita.eu/mktumb640a.php?image=1364322491.jpgI due maggiori economisti “Keynesiani” del nostro tempo, Joseph Stiglitz e Paul Krugman (foto), entrambi premiati col massimo riconoscimento del premio Nobel, si sono dati virtualmente la mano sul New York Times di domenica 9 giugno al fine di riconoscere e sostenere la strategia economica di Shinzo Abe (il primo ministro giapponese) come l’unica capace di vincere la crisi e portare il Giappone fuori dalle secche di una stagnazione economica che durava da vent’anni.

Stiglitz, nel suo lungo articolo, si produce in un vero e proprio confronto generazionale tra i due paesi, U.S.A. e Giappone, per dimostrare, calcoli alla mano, che la politica del rigore, benché attuata molto moderatamente dagli Stati Uniti rispetto all’Europa, ma più forte che nel Giappone, ha dato risultati che premiano la scelta giapponese. Il Giappone infatti, pur cercando di recuperare gli eccessi commessi negli anni 90, ha sempre fatto attenzione a non tirare troppo la corda del rigore per evitare di peggiorare le cose. E hanno visto giusto.

Prendendo a modello di calcolo la tipica “forza lavoro” del paese (quella che copre l’età dai 15 ai 65 anni della popolazione) Stiglitz dimostra che la prudenza dei giapponesi dava già in questa decade risultati di crescita migliori che quelli di Stati Uniti, Germania, Gran Bretagna e Australia. Ma soprattutto, nonostante la stagnazione economica, riuscivano a tenere il tasso di disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza ad un livello migliore che negli Stati Uniti. Non solo migliore ma anche in miglioramento, mentre negli USA questo trend e’ in continuo peggioramento da almeno trent’anni.

Il coefficiente “Gini” quello comunemente usato dagli studiosi per calcolare la disparità nella distribuzione della ricchezza in un paese (dove zero è la perfetta uguaglianza e 1 è il massimo della disuguaglianza), da’ al Giappone il coefficiente di 0,33 mentre gli Usa stanno al 0,38. (Per la cronaca: l’Italia nel 2011 stava al 0,32 mentre nel 1995 stava al 0,27. Presumibilmente questo indice deve essere salito parecchio negli ultimi due anni).

Il coefficiente Gini non è però da vedersi solo come indicatore di giustizia sociale, esso è un vero e proprio indicatore anche di benessere economico di una nazione. Nelle ricche democrazie industrializzate un elevato valore del coefficiente “Gini” corrisponde sempre ad una nazione con pesanti problemi economici (e quindi sociali) da risolvere. Benché sia gli Stati Uniti che il Giappone abbiano usato abbondantemente degli strumenti monetari e fiscali a sostegno della ripresa economica, essi hanno tuttavia sempre dovuto “combattere” con le opposizioni politiche interne ai loro paesi per attuare tali politiche. La motivazione contraria a tale sostegno è stata sempre quella che il forte indebitamento è causa del rallentamento nella crescita, quindi aggredendo l’indebitamento si stimolerebbe automaticamente la crescita.

Ma Stiglitz è troppo esperto per cadere in questa incredibile banalità teoretica e la respinge senza tentennamenti: “Non è il debito che causa il basso sviluppo, è esattamente il contrario, è il basso tasso di sviluppo e crescita economica che causano il formarsi del debito”.

(Ovviamente Stiglitz non considera in questa casistica gli sprechi e le ruberie dei politici disonesti, in quanto non attinenti alla politica economica).

Quindi secondo Stiglitz per battere la crisi non si deve aggredire il debito ma attuare tutti gli stimoli possibili all’economia e combattere la diseguaglianza.

Krugman punta invece la sua attenzione al tasso di disoccupazione: “Un paese normale deve avere un tasso di disoccupazione breve (cioè di pochi mesi) che non deve mai salire sopra al 5%, salvo brevi periodi di recessione.

Oggi il tasso di disoccupazione negli Usa, dopo 5 anni dall’inizio della “Grande Recessione” è ancora abbondantemente sopra al 7%”.

Inutile aggiungere che l’alto tasso di disoccupazione genera povertà e la povertà non fa certo bene all’economia.

Krugman accusa i politici americani (ma soprattutto quelli europei) di fare “spallucce” (cioè di fregarsene) dei problemi del paese e della gente. Invece di fare tutto ciò che era nelle loro possibilità per sostenere una rapida ripresa dell’occupazione, che avrebbe automaticamente rilanciato l’economia, si sono persi dietro deleterie politiche di riduzione del debito che non solo non ha risolto i problemi, ma li hanno resi molto più gravi.

La Federal Reserve americana vorrebbe da tempo fare di più per risolvere questo problema, ma deve combattere giornalmente con quei politici che invece rifiutano qualsiasi azione di questo tipo bloccandole con vincoli assurdi tipo il “tetto del debito” e altre sciocchezze simili che hanno palesemente solo lo scopo di avvantaggiare la propria parte politica.

Krugman lamenta che alcuni politici (senza distinzione fra progressisti e conservatori) cercano di accreditare l’attuale livello di disoccupazione come una situazione non “ideale”, ma da dover accettare in quanto effetto della modernità e complessità del mercato del lavoro.

Anche in questo caso l’esperto economista non si lascia raggirare da questi politici “pasticcioni” che invece di darsi da fare, si piegano a soluzioni semplicistiche che ottengono solo di peggiorare le cose. Invia perciò loro questo preciso messaggio: “Qui non va bene niente. Smettetela di “cincischiare” e datevi finalmente da fare!”.

Fonte: www.rinascita.eu

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