" Sono di casa alle Generali, ora fanno le anime candide" di Lorenzo Dilena
Il nuovo amministratore delegato delle Assicurazioni Generali, Mario Greco, sta conducendo un esame attento del portafoglio di attività del gruppo, che è propedeutico alla presentazione del piano industriale a metà gennaio.
È un’operazione non solo pienamente legittima ma anche dovuta per capire in che razza di posto un manager è stato paracadutato, peraltro chiamato dai grandi soci quando hanno capito che avevano toccato il fondo. È anche un’operazione anomala nella tradizione dei salotti della finanza italiana, dove la moneta corrente è la complicità e il silenzio. I rari momenti di pulizia e trasparenza sono in genere funzionali a un regolamento di conti o sono imposti dalle circostanze estreme. In questa logica malata, chi rompe il sodalizio merita il pubblico ludibrio. E chi riesce a condurre il gioco senza dare la possibilità alla controparte di ripagarlo con la stessa moneta (ecco perché l’ossessione nel controllo dell’informazione, che evidentemente non è solo del cavaliere di Arcore) ma mettendolo in difficoltà il novello nemico, vince la mano. Nel caso del Leone, le indiscrezioni sulle prime risultanze della “careful review” condotta da Greco, relative agli investimenti in fondi e ai finanziamenti indiretti ai soci veneti, ha aperto le danze.
L’ex banchiere Cesare Geronzi, di recente tornato in auge come autore e opinionista, ha usato la metafora del vaso di Pandora per indicare «l’insieme delle informazioni» che potrebbe venire fuori dall’esame condotto da Greco su tutte le attività del gruppo. Geronzi sa di cosa parla: è stato presidente di Generali per un anno, e prima ancora di Mediobanca, che della compagnia triestina è il principale azionista. Per esempio, pochi giorni dopo il suo insediamento a Trieste, venne fatta passare tramite una triangolazione con fondi chiusi un’operazione immobiliare fin lì era stata osteggiata dal responsabile degli investimenti immobiliari del gruppo. Era una cortesia al socio Caltagirone, gran sostenitore di Geronzi, a cui o l’allora responsabile della finanza Raffaele Agrusti o lo stesso amministratore delegato dell’epoca Giovanni Perissinotto diedero l’assenso. Neanche due mesi dopo, a giugno 2010, Geronzi cura la regia di un’altra operazione immobiliare: le Generali concedono una put (opzione di vendita) alla Fondiaria Sai sulla quota nel progetto milanese Citylife. Grazie agli storici rapporti con Geronzi, il gruppo di Salvatore Ligresti, che allora manifestava già i primi segnali di tensione per il troppo debito accumulato. FonSai riceveva così il diritto di vendere a Trieste la sua quota a un prezzo pari agli investimenti fin lì effettuati più un premio (in totale, circa un centinaio di milioni), come è poi accaduto.
Nel vaso di Pandora triestino sono molte altre operazioni condotte più o meno note: la disastrosa operazione Telecom, organizzata da Mediobanca e da Intesa Sanpaolo (altro gruppo che ha esercitato molta influenza sul Leone), costata centinaia e centinaia di milioni, l’operazione Ppf con il socio ceco Petr Kellner, quella con la banca russa Vtb, l’acquisizione strapagata della Toro Assicurazioni dal gruppo De Agostini, oggi azionista, il concorso nella gestione fallimentare della Rcs, e anche i finanziamenti ai soci veneti Palladio-Amenduni-Finint. C’è ancora qualcosa da aggiungere alla lista?
Probabilmente sì, e lo si scoprirà quando Greco avrà terminato la grande bonifica in casa Generali e presentato il conto delle svalutazioni. Andrà capito anche perché cda, comitati consiliari e sindaci, che pure dovevano essere informati, hanno lasciato correre: in questi anni, nei vari organismi sono passati i vari Galateri, Nagel, Del Vecchio, Pellicioli, Scaroni, Caltagirone, Geronzi e il defunto Berheim, oltre ai due ex a.d. Perissinotto e Balbinot, e all’avvocato Alessandro Perdersoli, che già nel 2008 come oggi era presidente del comitato per il controllo interno. Ma è importante che il manager porti avanti la sua operazione e che il vaso di Pandora non venga chiuso prima che ne esca anche la speranza che una grande compagnia come il Leone triestino possa essere gestita in modo sano. E non continui a essere quella “mucca dalle cento mammelle”, altra espressione geronziana, a cui hanno attinto i tanti che oggi giocano a fare le anime candide. Perciò, una volta conclusa la careful review sarebbe oppurtuno che Greco e il cda fornissero una dettagliata relazione all’assemblea degli azionisti su tutti gli affari conclusi con i grandi soci della compagnia.
Twitter: @lorenzodilena