Siamo spiati... e contenti - di Ezio Rocchi Balbi
C'è chi si è indignato e chi ha fatto spallucce. Chi ha gridato alla privacy calpestata e chi ha levato lo scudo delle cause di forza maggiore, come la lotta globale al terrorismo e alla grande criminalità. I documenti pubblicati da The Guardian, che provano come l'intelligence americana abbia il controllo assoluto di qualsiasi cosa transiti nel mondo digitale della comunicazione, dimostrano che siamo (o potremmo essere) tutti spiati. Dietro veri o falsi timori, allarmi giustificati o sottovalutazioni rassegnate, resta però il fatto che lo sapevamo già. E in fondo siamo anche contenti di essere spiati, perché difficilmente a questo punto baratteremmo la tutela della nostra riservatezza con lo stile di vita ipertecnologico che abbiamo adottato nell'era del digitale, del web.
Che la privacy sia ormai un'illusione è una consapevolezza diffusa. Ogni ora, anzi, ogni minuto in tempo reale vengono intercettati milioni di miliardi di dati. Post, tweet, telefonate e comunicazioni via Skype, mail, sms finiscono regolarmente nella rete creata da centinaia di aziende private; figuriamoci se non nelle mani di governi che, come gli Stati Uniti, hanno accesso diretto ai server più tentacolari del pianeta. E come ricorda l''investigatore multimediale' Paolo Attivissimo (vedi intervista a lato) parliamo dei server di Microsoft, Apple, Google, Yahoo, Facebook.
Certo, si può discutere del fatto che, quando esplose lo scandalo Wikileaks nel 2011, furono le istituzioni, i governi, le banche, gli apparati di sicurezza dello stato a gridare "al ladro!". Ma allora, indipendentemente delle ragioni che spinsero Julian Assange a diffondere miliardi di terabyte di "dati sensibili", la possibilità di guardare nel buco della serratura dei potenti, degli eserciti, degli gnomi della finanza era stata salutata come una ventata di trasparenza, di democrazia delle Rete. Forse il primo a poter recriminare che siano gli Stati i veri voyeur digitali è il giovane soldato americano Bradley Manning, che per aver fatto da "talpa" a Wikileaks, dopo un'istruttoria di 18 mesi, proprio in questi giorni è davanti alla corte marziale di Fort Meade, nel Maryland. Il 25enne rischia l'ergastolo per aver "in modo sistematico saccheggiato centinaia di migliaia di documenti da database confidenziali e li ha riversati su internet e nelle mani del nemico".
Cosa rischiano, invece, Obama e la Casa Bianca per aver infilato entrambe le mani nel barattolo di marmellata del "Big Data", come viene definita la massa macroscopisca di tutti i dati elettronici? Sì, qualche giorno o settimana di polemiche e dibattiti. Qualche reprimenda dai costituzionalisti, che ricorderanno come, ad esempio, la posta personale sia inviolabile. Qualche accusa politica (ed è già avvenuto) di aver usato le informazioni per vincere le elezioni. Magari sarà varata qualche leggina ad hoc, tranquillizzante, che "tuteli il rispetto della sfera privata dell'individuo". E dopo? Dopo ci ricorderemo tutti la consapevolezza con cui affidiamo le nostre immagini più intime, i nostri filmati, le nostre opinioni a un qualsiasi social network. Che siamo rintracciabili in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo solo avendo uno smartphone in tasca, salendo su un'auto dotata di navigatore satellitare e Gps, usando il Telepass o la carta di credito. Felici e contenti di far conoscere i nostri gusti più particolari (perversioni comprese) scaricando un e-book, acquistando online qualsiasi cosa. E in cambio non pretendiamo nemmeno che questo contribuisca alla sicurezza globale. E nemmeno che le aziende tarino prodotti e servizi ritagliati su di noi. Ci basta far parte della "community".
erocchi@caffe.ch
@EzioRocchiBalbi
Fonte: www.caffe.ch