" Rubik è in ritardo euro italiani in fuga" di Mauro Spignesi
Richia di ridursi il "tesoretto"degli evasori fiscali italiani custodito nelle banche svizzere, in particolare in quelle ticinesi. E potrebbe restringersi ancora di più se i tempi dell'accordo fiscale tra Berna e Roma, basati sul modello Rubik con un prelievo affidato alle banche, si allungassero. In gioco c'è una cifra complessiva - secondo le stime della Banca d'Italia - attorno a 150 miliardi. Alla quale tuttavia bisogna sottrarre i soldi "regolarizzati" negli due scudi fiscali, ovvero circa 66 miliardi, ormai al riparo da ulteriori tassazioni. Ma quel che resta, con le lungaggini per Rubik potrebbe volare via, per essere nascosto in qualche paradiso fiscale. Ed è quello che si teme oggi in Italia.
Da quando è cominciata la trattativa, sulla scia del controverso patto firmato con il governo tedesco (di fatto poi bloccato dal no della Camera dei Länder), e prima ancora con Gran Bretagna e Austria, diversi analisti in Italia stanno facendo conti su conti per capire quanto possa essere la massa di capitali tassabile. E si accavallano stime e ipotesi su quanto potrebbe incassare Roma con le imposte sul "tesoretto" svizzero. Ma il conteggio non è facile, perché ha molte, troppe variabili e dunque si presta a parecchie di conclusioni. Intanto, perché, come è stato sottolineato più volte dagli stessi istituti elvetici, al di là dei dati forniti dalla Banca d'Italia, non è possibile calcolare esattamente i capitali trasferiti negli anni nella piazza finanziaria svizzera. Sono stati, difatti, incanalati in troppi rivoli, hanno preso (almeno virtualmente) la strada di paradisi fiscali, o sono stati assorbiti dentro sofisticate architetture finanziarie o in trust, oppure inglobati in reti di società, in modo da non essere soggetti a prelievi. Difficile, dunque, sapere quanto l'Italia potrebbe guadagnare dai soldi dei suoi concittadini depositati nelle tre principali piazze, Ginevra, Zurigo e soprattutto Ticino.
Altro interrogativo che condiziona parecchio il calcolo - come ha ricordato l'ultimo numero del settimanale Panorama- è quello sull'aliquota dell'imposta che anonimamente dovrebbe essere prelevata dalle banche svizzere e poi riversata all'Italia. Per la Germania è stata scelta una forbice che va dal 36 al 41 per cento. Ma per l'Italia, come si è ribadito ripetutamente dal Ticino, dovrebbe essere più bassa. Quanto? Ragionando su un'aliquota del 10 per cento si arriverebbe a una cifra fra gli 8 e i 10 miliardi. Se si adottasse, invece, una aliquota del 38 per cento, vicina a quella che si voleva accordare a Berlino, si giungerebbe a circa 30 miliardi. Ma come ha già spiegato il vicepresidente dell'Associazione dei banchieri svizzeri Jakob Schaad, "in Italia ci sono stati in passato tre scudi fiscali". Amnistie che hanno consentito di portare alla luce 66 miliardi tra il 2009 e il 2010. Dunque, difficilmente a Roma verrà concesso quello che era stato riconosciuto alla Germania. Inoltre, alla luce della situzione politica italiana, i tempi dell'accordo tra Roma e Berna, sembrano destinati ad allungarsi.
Intanto, dall'indagine dell'Ustat sul settore bancario ticinese nell'ultimo trimestre, emerge un dato interessante: si registra, difatti, una rinnovata vivacità della clientela interna che ha dato ossigeno alla piazza, mentre si segnala un calo delle domande di "prestazioni" della clientela estera.
m. sp.
Fonte: www.caffe.ch