Ricongiunzione onerosa dei contributi: proposte di abolizione

Pubblicato il da borsaforextradingfinanza

http://www.pmi.it/wp-content/uploads/2012/03/pensioni1-e1332023760146-150x145.jpgAbolire la ricongiunzione onerosa dei contributi per i dipendenti costa troppo secondo il Governo, che ha rifiutato la proposta unificata in Commissione Lavoro alla Camera . Un altro scandalo in stile Esodati.

Una beffa che si perpetua da tre anni, da quando la legge 122/2010 ha abolito la gratuità della ricongiunzione dei contributi versati presso più enti previdenziali imponendo ai dipendenti cifre astronomiche per poter andare in pensione:

=> Leggi la norma sulla ricongiunzione dei contributi

Il costo dei contributi viene calcolato in base a tabelle specifiche, e può arrivare a centinaia di migliaia di euro. Il risultato è una platea di lavoratori ritrovatasi con le regole cambiate in corsa ed un conto troppo salato per le proprie tasche.

Ricongiunzione e Totalizzazione

Sono 600mila i lavoratori costretti a dover indebitarsi per andare in pensione pagando per la ricongiunzione: secondo le stime del ministero del Lavoro, sono interessati 30mila lavoratori l’anno fino al 2022.

Il meccanismo è quello del cumulo dei contributi versati nell’arco della vita lavorativa presso l’ultimo ente di appartenenza, prendendo la pensione in base alle regole di quest’ultimo:

=>Calcola la pensione con il retributivo o contributivo

L’alternativa è optare per la totalizzazione: si unificano i contributi presso l’ultimo ente previdenziale di pertinenza, non si paga nulla, però si va in pensione con il contributivo puro.

=> Leggi come accedere alla totalizzazione dei contributi

In un caso o nell’altro, la beffa è palese: un dipendente che ha cambiato gestione previdenziale e che sceglie di pagare la ricongiunzione oppure opta per la totalizzazione gratuita, si ritrova comunque con un assegno alleggerito anche del 50%:

=> Confronta ricongiunzione e totalizzazione

I lavori in commissione

La prima proposta di modifica era stata presentata il 4 agosto del 2010 (in pratica, subito dopo la legge che ha creato il problema). Da allora, ancora nulla è stato risolto: oggi, abolire la ricongiunzione onerosa costa 1,3 miliardi di euro, di cui 435 milioni solo nel 2013. E tanto per cambiare per risolvere la questione non vi è copertura finanziaria.

Lo scorso 17 settembre 2012 la commissione Lavoro della Camera ha iniziato l’esame di un ddl che unifica le tre proposte di legge pendenti in parlamento (Gnecchi-Fantelli-Fedriga), volte ad eliminare la ricongiunzione onerosa. A fine ottobre è stato istituito un comitato ristretto, che per ora si è riunito tre volte. Nel frattempo, il governo ha presentato una relazione sullo stato dell’arte.

I riferimenti normativi

Prima dell’entrata in vigore del famigerato decreto (commi da 12-septies a 12-undecies dell’articolo 12 del decreto-legge n.78 del 2010), per i lavoratori dipendenti la ricongiunzione era sempre gratuita (legge 29/1979).

Era invece onerosa per i liberi professionisti (legge 45/1990), per i quali però spesso si passa da una gestione con contribuzione più alta ad una più bassa (caso classico, un manager che diventa consulente): in questi casi, succede che i contributi già versati sono più che sufficienti a coprire l’onerosità del passaggio.

La legge del 2010 è stata pensata per scoraggiare il pensionamento anticipato delle donne (con un passaggio previdenziale dal pubblico al privato) dopo l’innalzamento dell’età pensionabile nel pubblico impiego a 65 anni. Invece ha finito per creare un caso del tutto simile a quello degli esodati.

Non solo: con la Riforma Pensioni Fornero è stata equiparata l’età pensionabile delle donne anche nel privato, rendendo la norma ancor più obsoleta e priva di senso.

Fonte: www.pmi.it

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