Questa austerità ci ha distrutto, la prossima ci ucciderà - di Filippo Ghira
La Commissione europea è perfettamente cosciente che l’austerità che è stata imposta ai Paesi europei sta strangolando l’economia reale. Una austerità, ma questo i tecnocrati di Bruxelles si sono ben guardati dal dirlo, che è servita per salvare il sistema bancario privato, primo responsabile della recessione nella quale siamo tutti immersi e che è stata originata dalle speculazioni anglofone nel 2007 creando una bolla che, una volta esplosa, non ha travolto soltanto banche e società finanziarie ma anche gli incolpevoli cittadini europei e le imprese.
Ieri è arrivato l’allarme della Commissione che però non rappresenta un mea culpa in quanto presenta l’austerità come qualcosa di giusto e perfetto. Se non ci sono stati progressi ma anzi la situazione è peggiorata, la responsabilità deve essere attribuita ai governi dei singoli Paesi membri dell’Unione che non hanno realizzato compiutamente le riforme strutturali come quella del mercato del lavoro. Una riforma che attraverso l’introduzione di massicce dosi di flessibilità e di precarietà, quindi con l’addio al posto fisso, è l’unica in grado di assicurare una ripresa dell’occupazione. Il ragionamento fatto è quello noto. Se le imprese avranno la sicurezza di poter licenziare a proprio piacimento, quando avranno necessità di ridurre i costi, torneranno ad assumere. Un modo di pensare demenziale che in nome del mito del mercato globale si intende fare passare ovunque. Ma sono i fatti ad attestarne l’inefficacia considerato che la disoccupazione è in aumento dovunque.
Il rapporto della Commissione sostiene quindi che le misure di austerità pensate per ridurre il debito pubblico stanno lentamente strangolando i Paesi dell'Unione, dove il tasso di disoccupazione medio ha toccato in gennaio il 10,8%. Cifra che corrisponde a 26 milioni di persone senza lavoro. La parte del leone, in senso negativo, l’hanno fatta i Paesi dell’euro con un livello record dell'11,9%. Il che la dice lunga sull’efficacia, sempre in negativo, della moneta unica nel assicurare stabilità e favorire le esportazioni e la crescita economica. Il rapporto della tecnocrazia comunitaria pone l’accento appunto sul lavoro e sul crollo del tenore di vita. Le cause sono da attribuirsi ai tagli alla spesa pubblica, che ha comportato lo smantellamento dello Stato sociale, e l’aumento delle tasse (vedi l’Imu) varato per coprire in parte i buchi del bilancio pubblico.
Per il commissario al Lavoro e agli Affari Sociali, l’ungherese Laszlo Andor, la crisi sociale in Europa continua a peggiorare in molti Stati membri e non sembra esserci alcun miglioramento in vista. Ma guarda un po’!. La disoccupazione giovanile rappresenta uno degli aspetti più preoccupanti, con una percentuale media del 24% nell’Europa dei 27, mentre in Spagna e Grecia ha superato il 50%.
La Commissione, bontà sua, sottolinea che con la crisi in Italia la percentuale di cittadini in serie difficoltà economiche è salita al 15%. Una realtà senza molte prospettive perché la stessa produttività è calata del 2,4% nel 2012 con picchi che nel secondo e terzo e trimestre hanno toccato rispettivamente il meno 3% e il meno 2,8%. Dati che serviranno ai tecnocrati di Bruxelles per sostenere la bontà della tesi che viene rivenduta a piene mani, ossia che si deve lavorare di più e meglio ed essere pagati di meno. Si può replicare che se un lavoratore cinese viene pagato 8 volte meno che in Europa e produce di più, questo significa che è sbagliato il modello asiatico e non che i lavoratori dei Paesi europei debbano abbassare le proprie pretese retributive. Pretese che in realtà sono la semplice richiesta di un livello decente dei salari e degli stipendi.
A sua volta il presidente dell'Eurogruppo, l’olandese Jeroen Dijsselbloem, dopo aver dichiarato in un primo tempo che si tratta di una misura limitata alla sola isola, ha sostenuto ieri che la ristrutturazione delle banche di Cipro rappresenta un modello per risolvere i problemi delle banche di altri Paesi europei. Della serie: anche l’Italia potrebbe essere obbligata ad effettuare un prelievo forzoso dai conti correnti bancari dei cittadini. Una affermazione che non promette niente di buono. Se si pensa infatti che in Italia sono molti più che a Cipro i cittadini con i conti bancari di importo sopra i 100 mila euro, frutto dei risparmi e del lavoro di una vita, si deve concludere che un governo che volesse effettuare la rapina del secolo, avrebbe una ampia possibilità di scelta. Per imporre tale misura, si partirebbe dalla considerazione che con un debito pubblico al 127% non possiamo permetterci di rifiutare. Secondo una recente ricerca della Bundesbank, gli italiani sarebbero in media più ricchi dei tedeschi. Una conclusione che ha spinto la Commerzbank, sull’onda della rapina cipriota,di invocare un prelievo forzoso del 15% in Italia su tutti i conti correnti e i fondi azionari ed obbligazionari. Un atteggiamento condiviso dalle altre banche dei crucchi, e da quelle francesi, che vogliono rientrare dei soldi scuciti per comprare i nostri Btp.
Due prese di posizione che hanno spinto al ribasso tutte le borse europee, con Milano scesa del 2,35% e con lo spread dei Btp decennali con i Bund tedeschi salito a 323 punti. Un calo che ha risentito pure delle voci sul declassamento da parte di Moody’s del rating dei nostri titoli pubblici.
Fonte: www.rinascita.eu