Quando l'azienda ricorre agli hackers
Meno di un minuto per violare una connessione internet, frugare in uno smartphone, da cui scaricare sms, email, foto e quant'altro. Paul Such, hacker ginevrino di reputazione internazionale dimostra, in un lampo, come si riesca ad entrare nelle vite degli altri. Che siano mogli o mariti infedeli, oppure dipendenti messi sotto tiro dalla propria azienda che se ne vuole liberare. Un esempio, al proposito, viene dal mondo bancario, di questi tempi particolarmente nel mirino di attacchi esterni, dopo le ripetute fughe dei dati di clienti, verso governi esteri.
"Al momento ci stiamo occupando di una vicenda di email letti e utilizzati per licenziare due impiegati di un istituto di credito di Zurigo", la testimonianza di Denise Chervet, segretaria generale dell'Associazione svizzera impiegati di banca. "Il datore di lavoro non ha alcun diritto di curiosare nella posta elettronica o di ascoltare le telefonate dei propri dipendenti, senza informarli preventivamente", spiega ancora Chervet. Questi due casi, tuttavia, sospetta la rappresentante dei bancari, potrebbero essere molti di più visto che, "funzionari e impiegati, alle prese con vicende di questo tipo, il più delle volte preferiscono affrontarle individualmente, facendo capo ad un avvocato di fiducia, piuttosto che coinvolgere il sindacato". Alcune banche, intanto, temendo incursioni spionistiche, arrivano a proibire ai propri consulenti alla clientela, l'uso di telefoni cellulari per motivi di lavoro. "Per noi gli smartphone sono diventati un incubo", ammette Julya Aimonier, responsabile della sicurezza della banca Bordier & Cie di Ginevra. Cautele sostanzialmente condivisibili se pensiamo che, nelle banche svizzere, si trovano 2'200 miliardi di franchi, di risparmiatori esteri, sui quali, con l'aria che tira, molti governi non vedono l'ora di mettere le mani. Meno comprensibili, invece, sono altre fobie securitarie. Ad esempio quelle che, in Francia, hanno portato il gigante della distribuzione, Ikea, all'accusa di aver acquistato dalla polizia e dagli operatori telefonici dati riservati, non solo relativi ai propri dipendenti, ma anche alla clientela.
Più legittima, sicuramente, la vera e propria caccia, con dispiego di mezzi e di agenzie specializzate, di chi abusa delle prestazioni sociali. "Il passatempo favorito dei disoccupati", l'impietosa definizione dell'Agenzia federale tedesca del lavoro che, dal 2009, impiega detectives privati, per monitorare i beneficiari dell'indennità disoccupazione, a rischio di frode. Lo stesso avviene in diversi cantoni svizzeri, dove il ricorso ad ispettori statali viene alternato al lavoro di agenzie esterne. Che compiono inchieste minuziose, con tanto di pedinamenti, di utilizzo dell'informatica e dell'ascolto telefonico.
Tornando allo spionaggio dei dipendenti da parte delle aziende: quale la situazione nel nostro Paese? "I casi sono rari, in Svizzera", risponde Thomas Philip, del sindacato Unia. Insomma, parrebbe che le imprese non abbiano interesse a spendere soldi per spiare il loro personale. "Il pedinamento da parte di un detective privato, può costare dai 200 franchi all'ora in su, tanto vale, allora, scaricare la responsabilità sull'ufficio cantonale delle assicurazioni sociali", spiega il titolare di un'agenzia di investigazioni: "Di recente, per pedinare un dirigente per due giorni abbiamo fatturato poco meno di 5 mila franchi", aggiunge. Ma sono in pochi disposti a cacciare fuori così tanti soldi. "Mi ricordo di un'imprenditrice - conclude l'investigatore - che di fronte ad un nostro preventivo non ha neanche voluto sapere se un proprio dipendente fosse realmente malato. Lo ha licenziato e basta". ( Fonte: www.caffe.ch)