No-euro: basta con l`euro, basta con l`Ue - di Ugo Gaudenzi
Impazza, nei salotti televisivi, sulla carta stampata e sui media digitali, una fiera battaglia di parole tra euro-fili e no-euro.
Benché si tratti di una disfida alquanto pressappochista ed eterodiretta, indubbiamente risulta anche come positivo risvolto della presa di coscienza generalizzata del popolo italiano sul devastante stato di assoggettamento della nostra nazione alle direttive liberaldemocratiche di schiavitù economica, culturale, militare e politica delle colonie occidentali al verbo della grande finanza globalizzatrice.
E’, comunque, un risveglio dell’identità dei popoli, un primo grido di dolore e di contrattacco fatto proprio da comunità, sempre più larghe, di uomini liberi.
E lo rileviamo noi, qui di Rinascita, un quotidiano proscritto e controcorrente che già agli albori della presente crisi, un ventennio e passa fa, lanciavamo, soli, unici, il nostro allarme su quanto veniva preparato a danno dei cittadini italiani e dell’Europa tutta.
Sotto la stessa direzione responsabile attuale, questa testata, allora “l’Umanità”, aveva preso nettamente le distanze dalla vergognosa ventata “liberalizzatrice”, “privatizzatrice”, “globalizzaztrice”, in una parola: folle, iniziata con la predazione del potere politico da parte di una elite di economisti e banchieri al soldo delle grandi multinazionali, dell’Europa delle banche, della City e di Wall Street.
Protestavamo contro la svendita delle nostre industrie strategiche essenziali (telecomunicazioni, energia, trasporti, imprese d’eccellenza); protestavamo contro il complotto Andreatta-van der Miert-Prodi che, a beneficio di multinazionali altre, svendeva la nostra industria di trasformazione (siderurgia, chimica, agroalimentare) ai peggiori acquirenti; protestavamo contro le spinte alla distruzione delle piccole imprese gioiello dell’economia nazionale a favore di “corporations” interessate soltanto al profitto dei propri azionisti. Protestavamo contro le “riforme” liberiste che scompaginavano la giusta tutela del risparmio e degli investimenti nazionali provvedendo alla trasformazione degli enti pubblici in spa, della Banca d’Italia in una banca centrale non più pubblica ma pilotata da organismi privati sovrannazionali, contro la firma del Trattato di Maastricht e di quei “parametri” che condannavano – lo vedevamo già allora – l’Italia al sottosviluppo e all’accelerazione del debito da usura.
Come protestammo contro l’adozione di una moneta unica fittizia – l’euro – priva di difese dalla speculazione monetaria internazionale (già subìta ferocemente, complici i vari Ciampi, Draghi, Andreatta-Prodi, Soros, nel 1992, con la fuoriuscita della lira dallo sme, la svalutazione e la prima grande stangata ai contribuenti), priva, cioè di un “fondo monetario europeo” di tutela dei cambi.
Proteste solitarie, nel vento e nel deserto.
Che oggi, vent’anni dopo il complotto e la devastazione finanziaria dell’economia nazionale, sono finalmente diventate generali e partecipate.
E’ un fatto. E le prossime elezioni europee si stanno gradualmente trasformando in un referendum semplificatorio tra chi è a favore e chi contro la permanenza della valuta euro come mezzo di scambio di una parte dei Paesi membri dell’Unione europea, quelli della cosiddetta “eurozona”.
E’ un bene. Auguriamo alla Lega – e in misura minore ai tiepidi euroscettici del Movimento 5 Stelle che con la loro improbabile proposta referendaria – vietata, impossibile – rischiano di svilire il senso di quella che potrebbe essere una potentissima battaglia di popolo – di vincere, di raccogliere il massimo dei consensi contro la pseudo-moneta e contro chi ha tolto ai cittadini italiani la loro sovranità economica e finanziaria e ogni scelta di decidere politiche di sviluppo e di rinascita del benessere sociale. (Com’è ovvio non auguriamo però nessun successo a qualsiasi altro gruppo di questi tempi convertito all’euroscetticismo per squallide manovre contrattuali nel centrodestra: voti dispersi che sarebbero poi utilizzati per riprendere poltrone in seno alla destra liberaldemocratica).
Ai catastrofisti pro-euro, ai mestatori di professione, agli utili idioti che remano contro questa battaglia che aprirà comunque un varco di libertà per i popoli d’Europa, auguriamo, naturalmente una sonora sconfitta.
Per puro scrupolo ricordiamo ai nostri lettori e simpatizzanti che le nere previsioni di “disastro incombente” avanzate in lungo e in largo dagli spacciatori al soldo della liberaldemocrazia sono artificiose: inventate per dividere il popolo e mantenerlo nella culla del regime liberaldemocratico di destra-centro-sinistra.
Prendiamo, per esempio, la “bandiera” dei pro-euro, pro-Ue, più gettonata: i Lorsignori affermano come verbo divino che il famoso “debito pubblico” – soggetto alle cure usuraie amorose di Fmi,Bce,Ue – in caso di uscita dell’Italia dall’euro “aumenterà, almeno, del 30 per cento”. E che i cosiddetti “investitori” (gli usurai, cioè) chiuderebbero i rubinetti dei prestiti rendendo la “bancarotta dello Stato inevitabile”.
Lanciandosi in ardite esemplificazioni dichiarano tale ricetta “fallita” in Argentina (dove, dopo la bancarotta del 2003, una politica monetaria e sociale e una ripresa della produzione nazionale ha invece permesso una ripresa dell’economia nazionale…), o comunque fingono che l’euro sia non solo “una moneta di cambio internazionale” pari al dollaro, ma anche evitano di rendere noto che nella stessa Europa occidentale tale valuta non è affatto “generale” nell’Unione europea, ma soltanto la maggiore in circolazione.
Non soltanto rimuovono l’assenza di vari Paesi europei dalla “moneta unica” – i casi di Gran Bretagna, Norvegia o Svizzera non vengono nemmeno nominati… - ma “trascurano” di rendere noto che lo stesso trattato Ue di Lisbona, all’articolo 50, prevede un’automatico trasferimento degli Stati membri ad un regime non euro (nell’ambito, cioè, del paritario accordo Efta, European free trade agreemnent.
E, appunto, catastroficamente fanno balenare scenari di “code agli sportelli bancari” per prelevare i risparmi, per indirizzare all’estero gli investimenti. Ricordano che siamo dipendenti dall’estero per le forniture di energia e che quindi (sic) i prezzi andrebbero alle stelle (rimuovendo a bella posta che siamo clienti di Paesi non-euro…) provocando chissà quale inflazione…
Una messe di menzogne.
Se ne è accorto lo stesso Fausto Bertinotti, ex presidente comunista della Camera, che in un’intervista a “Alternative per il socialismo”, proprio di recente si è addirittura spinto a elogiare Marine Le Pen, che “deve il suo successo alla comprensione che in Europa il “conflitto si è spostato. Non è più tra destra e sinistra ma tra alto e basso”, “tra le élites e il popolo”. Addirittura assolvendo il cosiddetto “populismo”: “Bisogna chiarire – ha affermato Bertinotti - che il populismo è comunque una risposta alla domanda che viene dal basso della società, cioè da parte degli esclusi, da coloro che sono stati tagliati fuori dalle élites” E se “ la sinistra non riparte dal basso, non può più essere in grado di intercettare la domanda che viene dalle classi più deboli”.
Non che Bertinotti sia un campione della verità vera, ma la sua analisi – finalmente – coincide con la nostra.
Che dura ormai da più di un ventennio. - See more at: http://www.rinascita.eu/index.php?action=news&id=23237#sthash.Vfg7cwXo.dpuf