" Manovra. Il premier e la dilagante protesta delle parti sociali " di Pierfrancesco Freré
C'è una sottile inquietudine nelle parole di Mario Monti quando denuncia, con i sindacati, "l'estrema emergenza" della situazione italiana. La preoccupazione del premier sembra essere quella di salvaguardare soprattutto la struttura della manovra "salva-Italia": è come se il capo del governo volesse sottolineare il costo che anche piccole modifiche potrebbero avere per il nostro Paese agli occhi dei mercati.
Il primo sciopero unitario indetto da anni dai sindacati e lo slittamento di ventiquattr'ore del voto in commissione alla Camera non sono, in tal senso, segnali incoraggianti. Collidono con la secca bocciatura che borse e agenzie di rating hanno riservato al supervertice di Bruxelles dal quale non è emersa, fa sapere Moody's, nessuna misura incisiva.
Monti si è precipitato ad assicurare la "forte determinazione" del governo tecnico a difendere le misure già decise e le riforme strutturali, ma l'impressione è che tutto ciò non sia più sufficiente perché la crisi del sistema capitalistico occidentale si sta approfondendo: non a caso Barack Obama si è detto deluso dagli accordi per salvare l'euro (scivolato sotto quota 1,32 sul dollaro) ed ha assicurato che la Casa Bianca continuerà a insistere per un rafforzamento dei poteri della Bce.
Contemporaneamente l'Ocse ha reso note le sue preoccupazioni per il crescente indebitamento dei Paesi industrializzati che potrebbe portare nel 2012 a gigantesche crisi di liquidità e dunque al break-up della moneta unica. In questo scenario, l'attesa del downgrading dell'eurozona da parte delle "tre sorelle" americane (Standard & Poor's, Moody's e Fitch) rappresenta una sorta di miccia sotto il tavolo dell'unità europea.
Cameron ha spiegato che non si piegherà mai agli "inauditi" poteri conferiti a Bruxelles dalla riforma dei trattati: il premier britannico non fa altro che amplificare i dubbi della comunità finanziaria internazionale sulla reale efficacia della strategia decisa dall'ultimo vertice dei capi di Stato europei, in assenza di unità politica.
Ciò spiega il crescere della tensione sul primo fronte della crisi: l'Italia. Davanti al dilagare della protesta sociale, il presidente del Senato Renato Schifani ripete quello che Monti e Napolitano hanno già detto molte volte: la manovra è indispensabile e per sostenerla serve un clima di coesione e di consapevolezza. Ma è proprio ciò che sta vacillando, un po' per colpa della politica (che non si aspettava di dover far fronte così presto a richieste di drastico ridimensionamento dei suoi costi) e un po' per le immancabili difese corporative di tante categorie.
Spuntano così - sempre più frequentemente - allusioni a Luigi XVI e alla rivoluzione francese (Antonio Martino), a Mussolini e al bivacco dei suoi manipoli a Montecitorio (Giuliano Cazzola). Umberto Bossi ne approfitta per preannunciare addirittura una moneta padana e il naufragio del governo. Il Senatur decreta la fine dell'asse del Nord, dice che Giorgio Napolitano dovrà prendersi la responsabilità di aver sciolto un governo eletto democraticamente per sostituirlo con un commissario venuto "dall'Europa e dalla banche". Toni apocalittici che certo non giovano in un momento difficile e ai quali, tuttavia, le forze che sostengono il governo del Presidente non sembrano capaci di contrapporre una linea comune.
Questo è il vero elemento di debolezza di Monti. Sarà pur vero che il premier-Cincinnato non dovrà rispondere agli elettori, ma ha comunque bisogno di una maggioranza che non proceda in ordine sparso. E invece nella discussione parlamentare sulla manovra sono emerse le tante anime del Pdl, del Pd e del terzo polo con una miriade di ricette (1.400 emendamenti) che con ogni probabilità dovranno essere decapitate con il voto di fiducia.
Ma intanto i berlusconiani ribadiscono che loro la manovra l'avrebbero fatta in altro modo e i democratici sono in difficoltà a sinistra: oggi Bersani vedrà i sindacati, il suo responsabile economico dice che le richieste di Cgil, Cisl e Uil sono quelle del Pd. Difficile pensare che un piccolo intervento sull'indicizzazione delle pensioni possa essere sufficiente a far rientrare la protesta.
( Fonte: www.americaoggi.info)
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