" Le conseguenze della crisi della Lega sulle elezioni. Pericolo astensionismo " di Pierfrancesco Freré
Forse è il caso di lanciare uno sguardo oltre la crisi della Lega. Le dimissioni di Umberto Bossi costringono il Carroccio a presentarsi al voto amministrativo senza grandi credenziali (Luca Zaia) e l'opposizione appare in generale indebolita. Il bacino dei voti padani fa gola a molti: e dunque sono già iniziate le manovre per conquistare i delusi. Anche se è da dimostrare che il tradizionale sistema di partiti costituisca un polo d'attrazione. Più facile immaginare che la protesta confluisca nell'astensionismo.
Ciò significa che l'eterogenea maggioranza che sostiene il governo dei professori deve darsi da fare per scongiurare una fuga dalle urne che suonerebbe come una sonora bocciatura di tutta la classe dirigente.
Questo è il motivo per cui Casini insiste sul ruolo di Monti ("una risorsa da non lasciarsi scappare") e lo candida implicitamente al Quirinale come una sorta di garante della formula delle larghe intese. Formula che dovrebbe essere sostenuta da un contenitore innovativo capace di amalgamare politici e tecnici (in contrasto con il partito dei moderati caldeggiato da Berlusconi).
Peccato che al momento Alfano e Bersani non siano in grado di dare risposte positive: le rispettive basi non sono pronte. E poi c'è il problema dei problemi che attende una risposta: la questione morale. Fini e Casini parlano dell'urgenza di una legge che riformi il sistema dei rimborsi elettorali, tutti gli altri sembrano d'accordo, ma in realtà manca l'indicazione di tempi certi. E allora è come non parlarne.
Nichi Vendola dice che si tratta di "moralismo d'occasione": se si vuole la riforma si fa in poche ore. Arturo Parisi aggiunge che prima bisognerebbe spiegare ai cittadini perché la legge esistente non ha funzionato: l'ex ministro ulivista teme "nuove leggi per nuovi inganni".
Insomma, sarebbe un errore ritenere che il caso Lega sia un fatto isolato. Segue solo a una serie di altri episodi, ultimo dei quali il caso Lusi-Margherita. Secondo molti parlamentari è il sistema dei partiti ad essere in crisi. Ma dal momento che a giudizio unanime senza partiti non c'è democrazia, la conclusione è ovvia: ad essere in crisi è la democrazia stessa.
Un fatto pericolosissimo che infatti allarma il Quirinale: non passa giorno senza che Giorgio Napolitano solleciti i partiti all'autoriforma. Perché in fondo i partiti sono lo specchio della società: è da loro che si attende l'esempio.
Tutto ciò riporta alla mente la stagione di Tangentopoli. Con una differenza: adesso siamo nel pieno della più grande crisi economica del dopoguerra. Una crisi nella quale non sono ammessi nemmeno i piccoli errori. Ciò spiega il nervosismo del premier che ha risposto stizzito alle accuse della Marcegaglia di aver messo a punto una "pessima" riforma del lavoro. Monti e la Fornero replicano che fino a qualche settimana fa gli industriali non si sarebbero mai sognati la riforma dell'art.18.
Tuttavia il punto è un altro: il mercato del lavoro ne esce veramente più flessibile? A giudicare dalle reazioni dei mercati sembrerebbe di no: lo spread è risalito di quasi 100 punti in pochi giorni e questo é il termometro di una bocciatura. Almeno per ora. Il premier è convinto che il differenziale con i bund tedeschi tornerà a scendere.
Il suo ottimismo non è condiviso da buona parte della maggioranza: il futurista Bocchino, per esempio, parla di un "accordo al ribasso" con Pd e Cgil, il Pdl paventa il rischio di un ulteriore indebolimento della struttura della riforma durante l'esame parlamentare.
L'ex centrodestra al completo valuta con estrema preoccupazione le analisi della stampa economica anglosassone (Wall Street Journal e Financial Times) secondo cui le manovre montiane si stanno rivelando solo recessive. Mancano segnali concreti per la crescita: questo è il momento in cui Monti è chiamato a darli.( Fonte: www.americaoggi.info)
pierfrancesco.frere@ansa.it