Le banche appaltano i licenziamenti - di Stefano De Rosa

Pubblicato il da borsaforextradingfinanza

http://www.rinascita.eu/mktumb640a.php?image=1368025891.jpgCambiano gli esecutivi, si rinnovano, a parole, i programmi di governo, ma il desolato quadro di riferimento macroeconomico e le pessime condizioni di vita della popolazione rimangono immutati. Le dinamiche sapientemente messe in moto dalla speculazione nel 2007 con lo scoppio della bolla dei mutui subprime continuano a produrre gli effetti voluti: trasferire risorse dalla remunerazione del lavoro a quella del capitale finanziario. Un drenaggio inarrestabile che finisce per accentuare quella curva di distribuzione della quale – sempre a parole – chiunque sostiene la necessità di correzione.
L’ennesima conferma di ciò viene dal settore bancario, da quello stesso ambito doppiamente coinvolto dalla crisi economica sia per le cause, attraverso la realizzazione e la diffusione dei cosiddetti “titoli-salciccia” costituiti da crediti inesigibili, sia per le conseguenze, in virtù del cortocircuito di fiducia e liquidità riconducibile ai fallimenti di prestigiosi istituti di credito.
È solo di pochi giorni fa la notizia delle lettere di licenziamento ricevute dai 23 dipendenti di Eng-O (azienda del gruppo Engineering) nell’ambito di una procedura di mobilità avviata ai sensi della legge 223/1991. Un danno incalcolabile per i lavoratori espulsi dal ciclo produttivo al quale si aggiunge la beffa giuridico-economica dei percorsi seguiti e delle relative modalità di esecuzione. Soltanto diciotto mesi fa questi lavoratori erano dipendenti di Barclays Bank, ma a seguito della costituzione di una newco (la Eng-O, appunto) l’istituto di credito attraverso lo strumento della cessione di ramo d’azienda, ha ceduto l’attività di back office mutui ed i relativi lavoratori al gruppo Engineering (settore metalmeccanico) e dopo un anno e mezzo ha deciso di chiudere l’attività attraverso una procedura di liquidazione.
Ciò che sconcerta e indigna non è solo l’arbitrario ricorso all’esternalizzazione di attività tipicamente bancarie ini aziende i cui rapporti di lavoro sono regolati da contratti nazionali estranei al mondo del credito e della finanza, ma soprattutto le giustificazioni adottate dai management: stato di crisi, abbattimento dei costi operativi, miglioramento di produttività e competitività. Il gruppo Engineering continua a realizzare bilanci consolidati in crescita, ad acquisire attività e rami d’azienda, a vincere appalti nel settore delle riscossioni, a produrre profitti, dunque a remunerare il capitale. Ma lo fa, evidentemente, a scapito del lavoro e creando ulteriori spirali recessive nel tessuto socio-territoriale dove viene ad operare. Ciò senza la minima assunzione di responsabilità sociale da parte di cedente e cessionario, ma con la certezza che simili accordi si riducano a concedere in appalto l’attività di licenziare i lavoratori.
E tutto questo mentre l’Abi in un forum organizzato a Roma sulle risorse umane in banca, nel denunciare ricavi in calo e bassi profitti, per porre rimedio ai fallimenti organizzativi (di processo) e commerciali (di prodotto) dei suoi manager non trova di meglio che proporre il taglio del personale e l’abbattimento delle retribuzioni. Non sarà certo difficile ai banchieri conseguire questi obiettivi, considerando il livello di subalternità del sindacato di categoria ai falchi di Palazzo Altieri, anche di quello – la Fisac Cgil ed il suo vertice – dal quale ci si sarebbe attesa ben altra azione di contrastoai progetti di esternalizzazione. Il caso Ubis (gruppo Unicredit) è emblematico. Quando si finisce per aderire acriticamente ad una visione di ineluttabilità dei processi economici senza neanche tentare un sussulto di orgoglio di classe vuol dire che il sindacato antagonista è morto, soppiantato da quello a vocazione notarile e necrologica, in perfetta sintonia con la deriva concertativa e filogovernativa delle larghe intese.
Il Segretario nazionale della Fisac Cgil, Agostino Megale, presente al convegno Abi, ha puntato il dito contro le retribuzioni dei top manager e dei consiglieri di amministrazione. Ma la sua reazione ha peccato di ingenuità o, nella migliore delle ipotesi, di ignoranza. Il segretario della Fisac, insensibile, anzi per nulla contrario, alle devastanti esternalizzazioni attuate in Ubis, è sembrato all’oscuro di quanto denunciato il 6 maggio sul Wall Street Journal. Una dettagliata inchiesta dal titolo “Buybacks a Boon for Some Executives” aveva messo a nudo le strategie dei super manager di oltre Atlantico per tutelare i loro bonus stratosferici dalla crisi.
Le vendite calano? I ricavi scendono? I profitti flettono? Nessun problema. L’importante è ancorare le retribuzioni ad un parametro particolare: non il fatturato, non l’utile genericamente inteso, bensì l’utile per azione, dunque un coefficiente. E allora, per aumentare il quoziente è sufficiente diminuire il denominatore. In che modo? Rastrellando sul mercato azioni della propria società – il buy back, appunto – in modo da far diminuire il numero di titoli sui quali ripartire i profitti e far così migliorare le performance gestionali “per azione”. E con esse i bonus.
In un mercato privo di frontiere tecnologiche ed economiche l’esportazione delle idee è molto semplice. Il sindacato invece di reagire con argomenti demagogici, stereotipati e – come evidenziato dal WSJ – sterili, farebbe bene, allora, a tornare alla sua ragione sociale e a contrastare con gli strumenti ormai dimessi del diritto (leggi e contratti collettivi) gli attacchi impietosi del pescecanismo finanziario e a promuovere, semmai, interventi legislativi in grado di impedire, non a parole, offese alla morale che gridano giustizia: licenziamenti, famiglie sul lastrico e premi milionari ai parassiti del capitalismo. Anzi: licenziamenti per ottenere premi.
Fonte: www.rinascita.eu

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